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SICUREZZA SUL LAVORO: LAVORARE PROTETTI DAL RISCHIO AMIANTO ( 01-12-2010)


Ai lavoratori dei cantieri edili e per gli addetti ad operazioni di bonifica e smaltimento dell’amianto è stato dedicato un manuale, pubblicato precedentemente l’emanazione del Decreto legislativo 81/2008, ma ancora molto utile per la prevenzione delle malattie professionali correlate all’amianto
Il documento in questione si intitola “ Come lavorare protetti dal rischio amianto - Manuale di prevenzione " ed è stato prodotto dall’Assessorato Politiche per la Salute e l’Assessorato Scuola, Formazione Professionale, Università, Lavoro e Pari Opportunità della Regione Emilia-Romagna con il supporto scientifico fornito dal Dipartimento di Sanità Pubblica dell’ Azienda USL di Forlì e con la progettazione e coordinamento redazionale di Nuova Quasco di Bologna.
Questo manuale, con un linguaggio semplice e diretto, fornisce agli addetti alle operazioni di bonifica dell’amianto e, più in generale, ai lavoratori e dirigenti di cantiere, strumenti, riferimenti normativi e tecnici e procedure operative per conoscere le cause e la natura del rischio dell’amianto e le conseguenti misure di prevenzione da mettere in atto.
 
Ai lavoratori dei cantieri edili e per gli addetti ad operazioni di bonifica e smaltimento dell’amianto è stato dedicato un manuale, pubblicato precedentemente l’emanazione del Decreto legislativo 81/2008, ma ancora molto utile per la prevenzione delle malattie professionali correlate all’amianto
Il documento in questione si intitola “ Come lavorare protetti dal rischio amianto - Manuale di prevenzione " ed è stato prodotto dall’Assessorato Politiche per la Salute e l’Assessorato Scuola, Formazione Professionale, Università, Lavoro e Pari Opportunità della Regione Emilia-Romagna con il supporto scientifico fornito dal Dipartimento di Sanità Pubblica dell’ Azienda USL di Forlì e con la progettazione e coordinamento redazionale di Nuova Quasco di Bologna.

Questo manuale, con un linguaggio semplice e diretto, fornisce agli addetti alle operazioni di bonifica dell’amianto e, più in generale, ai lavoratori e dirigenti di cantiere, strumenti, riferimenti normativi e tecnici e procedure operative per conoscere le cause e la natura del rischio dell’amianto e le conseguenti misure di prevenzione da mettere in atto.


SICUREZZA SUL LAVORO: LA PREVENZIONE NELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE ( 01-12-2010)


Le SMEs (Small and Medium Enterprises) rappresentano il 99% di tutte le attività non agricole in Europa.
 
Le microimprese in modo particolare, costituite da meno di 10 addetti, vengono a costituire il 93% di tutte le SMEs in Europa.

Nella relazione, pubblicata sul sito del Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute (DoRS) della Regione Piemonte, si sottolinea che, riguardo alla sicurezza e salute dei lavoratori, nelle piccole e medie imprese il rischio di infortuni gravi e mortali è più alto rispetto alle imprese di più grandi dimensioni.

Per questi motivo è stato realizzato dal Dipartimento di Prevenzione della ex ASL 7 della Regione Piemonte, nel biennio 2008-2010, un intervento che “ha coinvolto 164 microimprese dislocate sul suo territorio.
 
L’obiettivo dello studio è stato quello di “valutare l’efficacia di un intervento per il miglioramento delle condizioni di sicurezza e di prevenzione degli infortuni condotto nelle microimprese presenti sul territorio dell’ex ASL 7”.
 
Le 164 aziende coinvolte “hanno ricevuto una visita non ispettiva da parte del personale tecnico dell’ASL, il quale ha compilato una check-list per la rilevazione delle condizioni di sicurezza dell’ambiente di lavoro e dei macchinari”.


PREVENIRE GLI INFORTUNI SUL LAVORO: LA MANUTENZIONE DI CONTAINER E CASSONI ( 01-12-2010)


Maneggiare o spostare contenitori scarrabili o ribaltabili (container, cassoni, contenitori chiudibili) spesso comporta seri pericoli per la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Il SUVA a tal proposito ha realizzato una lista di controllo per individuare meglio le principali fonti di pericolo.

I pericoli principali consistono per esempio nell’essere colpiti da sportelli che si aprono, dalla caduta di persone dal container, da schiacciamenti o urti di parti del corpo, ferite da taglio.

Inoltre i contenitori subiscono spesso forti danneggiamenti perché vengono sollevati con gru o escavatori oppure per la natura stessa del carico.
I contenitori danneggiati sono a maggior ragione una causa frequente di infortuni gravi, perciò è importante ripararli o rottamarli immediatamente.

In nessun caso devono essere riutilizzati per altri trasporti, nemmeno internamente all'azienda.

Il proprietario oppure, in sua vece, il detentore, è responsabile delle condizioni dei contenitori.

Con una corretta manutenzione è possibile contribuire in misura significativa alla sicurezza, non solo dei collaboratori, ma anche di persone terze (trasportatori, utenti).


LE MALATTIE PROFESSIONALI: LE NEOPLASIE ( 01-12-2010)


L’INAIL Abruzzo ha organizzato lo scorso 19 novembre una interessante giornata di studio intitolata “Prevenzione delle neoplasie professionali: rischi storici ed emergenti” sul rischio di tumore legato a cause professionali.
 
Il convegno si è posto l’obiettivo di fare il punto sull’esposizione agli agenti cancerogeni dei lavoratori di tutti i comparti, di analizzare rischi emergenti in nuovi settori (agricoltura, esposizione a nano particelle) ma anche di valutare la qualità del flusso di informazioni che perviene agli enti competenti.
 
In Abruzzo come in altre regioni di Italia sono in aumento le domande di riconoscimento di tumore professionale avanzate dai lavoratori e il fenomeno merita una attenta riflessione.
 
Molti fattori infatti vanno a determinare lo stato delle cose: il prolungamento della durata della vita da cui discende un generale aumento della incidenza neoplastica nella popolazione, una acuita sensibilità nei confronti del tema e l’aumentata percezione del rischio da parte dei lavoratori. L’INAIL Abruzzo ha riconosciuto la causa professionale ai casi di neoplasia insorta a causa di esposizione all’amianto, a radiazioni, a fumi di saldatura e da idrocarburi. Il Settore più colpito è il comparto industriale ma nuova attenzione va rivolta a professioni ritenute tradizionalmente sane come quelle dell’agricoltura. Sono infatti in aumento casi di tumore alla pelle e all’apparato respiratorio causati dal contatto con diserbanti molto aggressivi contenenti arsenico.


VALUTAZIONE DEI RISCHI: LE SOSTANZE OTOTOSSICHE ( 02-12-2010)


Il rumore è un fattore fisico spesso presente sui luoghi di lavoro per cui vengono adottate adeguate misure di protezione e prevenzione.
 
E’ però più raro che nella valutazione dei rischi vengano presi in considerazione gli effetti che alcune sostanze chimiche hanno sull’apparato uditivo e i rischi causati dall’esposizione combinata a rumore e sostanze ototossiche.
 
Vengono definite ototossiche quelle sostanze che sono tossiche per l’apparato uditivo per esempio alcuni solventi aromatici, il monossido di carbonio e l’acido Cianidrico, il toluene (utilizzato nella composizione di pitture, vernici, inchiostri, sgrassanti), lo stirene (resine), ecc.
 
Tutte queste sostanze, danneggiando fisicamente a livello cellulare i tessuti o danneggiando il sistema nervoso, possono dar luogo ad ipoacusie difficilmente distinguibili dai tipici quadri di ipoacusia da rumore.
 
Poiché sono molteplici gli scenari occupazionali in cui si verifica una co-esposizione a rumore e solventi, è assolutamente imprescindibile per un datore di lavoro effettuare una corretta valutazione dei rischi valutando anche questa evenienza così come stabilito dall’art. 190 del D.Lgs 81/2008. Il NIOSH, National Institute for Occupation Safety and Health, degli Stati Uniti e NEG, Nordic Expert Group (Svezia), a questo proposito, hanno condotto uno studio congiunto che ha portato alla recente pubblicazione di un documento molto utile che esamina e analizza le tante variabili che possono causare danni all’udito nei luoghi di lavoro dando massimo risalto alle problematiche innescate dall’esposizione a certe sostanze chimiche.


INFORTUNI E MORTI BIANCHE: LE DUE FACCE DELL’ITALIA ( 02-12-2010)


Se nel nord est d’Italia (Veneto e Friuli Venezia Giulia) le diminuzioni registrate negli infortuni sul lavoro vanno di pari passo con la diminuzione degli incidenti mortali, un analogo andamento non si registra in altre parti d’Italia, dove le morti sul lavoro aumentano.
 
E’ il caso di tre regioni: Marche, Abruzzo e Sicilia, come risulta dai rispettivi rapporti dell’INAIL. Nelle Marche, anche se diminuiscono gli infortuni sul lavoro con un calo che raggiunge quasi il 14 per cento, i decessi fanno registrare un exploit del 33 per cento: dai 24 nel 2008, ai 32 nel 2009.
 
In Abruzzo, a fronte di una diminuzione degli incidenti intorno al 10 per cento, quasi corrispondente a quella media nazionale, le morti sul lavoro sono aumentate da 34 a 39, con il settore dell’agricoltura che fa registrare un aumento del 100 per cento. Stessa situazione in Sicilia nel 2009, dove però la diminuzione degli incidenti sul lavoro si attesta su un modesto meno 3,7 per cento, risultante da un calo al 5 per cento nel settore dell’industria e servizi; un leggero aumento dello 0,2 nel settore agricolo e un più consistente aumento del 5,8 per cento nel settore dipendenti in conto stato.


SICUREZZA SUL LAVORO: LE DIFFERENZE DI GENERE ( 02-12-2010)


Finora le problematiche legate alla differenza tra uomini e donne sono state ignorate. L’attenzione alle lavoratrici era circoscritta alla sola maternità, prevedendo misure di tutela particolare rivolte alle donne in gravidanza e in allattamento.
 
Di altri aspetti della vita biologica femminile fino ad ora non si era tenuto conto: il ciclo mestruale, la fertilità, la menopausa. Ma anche di altri importanti fattori non si è tenuto conto.
 
L’organizzazione del lavoro, gli spazi, gli orari, gli utensili, le attrezzature sono pensate per un mondo maschile.
 
I dati tossicologici su cui sono stati fissati i limiti di esposizione a sostanze potenzialmente nocive provengono da studi su individui di sesso maschile, quando è provato che uomini e donne rispondono in modo di verso anche quando impiegati nello steso settore.
 
Per quanto riguarda poi i rischi psicosociali e i rischi emergenti le donne sono molto più esposte a sindrome da stress. Le donne sono costantemente sottoposte a stress da multiruolo, legato al triplo lavoro di professionista madre e casalinga, alla difficoltà di conciliazione, alla insoddisfazione data da un lavoro in cui manca il riconoscimento delle capacità e l’avanzamento di carriera; per non parlare dello stress causato da discriminazione, violenza fisica e psicologica, mobbing.
 
Per tutte queste ragioni le donne si ammalano di più e patologie quali la depressione sono in aumento vertiginoso. A livello nazionale il Ministero del Lavoro di concerto con l’Ufficio della Consigliera delle Pari opportunità ha lanciato la campagna “Sicuramente noi” e a livello territoriale la Sardegna si è fatta promotrice di molteplici iniziative per approfondire la tematica della differenza di genere e creare momenti di confronto e formazione.
 
Questi rappresentano solo i primi passi necessari da compiere per raggiungere livelli adeguati di protezione prevenzione per le lavoratrici donne per cui i rischi vanno valutati in modo specifico e debitamente affrontati.


STRESS LAVORO CORRELATO: LE INCERTEZZE E I DUBBI INTERPRETATIVI ( 02-12-2010)


A pochi giorni dall’emanazione delle Indicazioni metodologiche da parte della Commissione consultiva permanente in merito alla valutazione dei rischi da stress lavoro-correlato, si sollevano i primi dubbi interpretativi. In particolare le prime incertezze riguardano la data di decorrenza dell’obbligo di valutazione dello stress lavoro-correlato.
 
Entro il 31 dicembre si deve iniziare oppure concludere la valutazione dei rischi da stress lavoro-correlato? Fonti ministeriali ci aiutano a fare chiarezza in merito:
 
 «Le indicazioni approvate dalla Commissione consultiva identificano il termine, fissato per legge (all'esito di diverse proroghe) come termine entro il quale dare evidenza della programmazione delle attività, le quali devono essere organizzate in modo coerente con la complessità dell’impresa e in un arco temporale che non sia eccessivamente ampio.
 
Sempre nelle indicazioni si specifica che di questa programmazione di attività gli organi di vigilanza devono tener conto ai fini della adozione dei provvedimenti di competenza.
 
In tal modo si cerca di favorire una lettura della norma ragionevole, dando tempo alle imprese private e alle Pubbliche Amministrazioni di pianificare e realizzare in modo serio le attività di valutazione di tale innovativo rischio e, al contempo, si fornisce un indirizzo interpretativo per gli organi di vigilanza che si auspica venga seguito in modo uniforme sul territorio nazionale».


LA VALUTAZIONE DEI RISCHI: DOVERI E RESPONSABILITA’ DELL’AMMINISTRATORE DI CONDOMINIO ( 03-12-2010)


Un amministratore di condominio, in caso di incidente o infortunio durante lavori ordinari e straordinari, potrebbe incorrere in sanzioni civili o penali se omettesse di applicare le norme in materia di sicurezza (T.U. 81/2008).
Effettuare una valutazione dei rischi contenuta in un DVR, oltre che essere un dovere etico a tutela del lavoratore, mette sempre il datore di lavoro in una posizione inattaccabile in caso di ispezione.

Come sostenuto dal Ministero del lavoro e della Previdenza sociale (circolare 5 marzo 1997 n. 28) il datore di lavoro nei Condomini, va individuato nella persona dell’Amministratore. Si rende di conseguenza opportuno per un Amministratore di condominio adempiere all’ obbligo di valutazione dei rischi.
Nel caso di presenza di lavoratori dipendenti del condominio, soggetti al contratto dei proprietari di fabbricati, si applica quanto previsto dall’art. 3, comma 9, art. 36 e 37 d.lgs. n. 81/08: obbligo di formazione, informazione, attrezzature a norma e Dispositivi di Protezione individuale (DPI).

L’amministratore che non abbia dipendenti non può essere considerato “datore di lavoro”. Tuttavia se abbia commissionato lavori nella forma di contratti di appalto a ditte esterne, risulta essere il “Committente” ed avere obblighi di valutazione dei rischi da interferenze, ove presenti.

Il DUVRI, a differenza del DVR, è il documento che contiene la valutazione dei rischi da interferenze. Per interferenze si devono intendere i “contatti rischiosi” tra lavoratori che fanno capo a ditte o imprese diverse.
 
Il datore di lavoro, in caso di affidamento di lavori, servizi e forniture, deve fornire alle ditte appaltatrici (o lavoratori autonomi) dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui gli stessi sono destinati ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività (art. 26 comma 1 lettera b).
Di fondamentale importanza è inoltre il comma 4 dell’art. 26 d.lgs. n. 81/08: “Ferme restando le disposizioni di legge vigenti in materia di responsabilità solidale per il mancato pagamento delle retribuzioni e dei contributi previdenziali e assicurativi, l’imprenditore committente risponde in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori, per tutti i danni per i quali il lavoratore, dipendente dall’appaltatore o dal subappaltatore, non risulti indennizzato ad opera dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) o dell’Istituto di previdenza per il settore marittimo (IPSEMA).
Nel caso in cui il condominio commissioni, lavori edili o di ingegneria civili ricadenti nel campo di applicazione del Titolo IV del d.lgs. n. 81/2008 sui cantieri mobili o temporanei, l’amministratore è necessariamente qualificato come committente e come tale assoggettato agli obblighi di cui agli artt. 88 e seguenti del medesimo testo normativo.
Alla luce di quanto sopra, è dunque sempre l’Amministratore di condominio a rispondere, anche penalmente, nel caso di accertate inadempienze in materia di sicurezza sul lavoro.


MALATTIE PROFESSIONALI: DEPRESSIONE E REPERIBILITA’ ( 03-12-2010)


In un mondo del lavoro in cui i rischi psico-sociali cui i lavoratori sono esposti determinano un aumento esponenziale di malattie legate a sindrome da stress e ansioso-depressive.
 
E’ sempre più importante dunque che i datori di lavoro siano adeguatamente informati su questo tipo di patologie e sui rischi lavorativi che le determinano per poter effettuare valutazione dei rischi adeguate e mettere in atto efficaci azioni preventive.
 
In aiuto ai lavoratori soggetti a tali patologie è intervenuta anche la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 21621, ha stabilito che la sindrome depressiva ansiosa costituisce uno stato patologico tanto grave e particolare da giustificare il fatto che il lavoratore malato non si trovi a casa nelle ore di reperibilità. In virtù di questo il datore di lavoro non può utilizzare questa motivazione per il licenziamento.


SICUREZZA SUL LAVORO: LA SITUAZIONE NEI CANTIERI EDILI IRPINI ( 03-12-2010)


Secondo i risultati emersi dalle indagini svolte dal Centro per la Formazione e Sicurezza in Edilizia della provincia di Avellino in più di 300 luoghi di lavoro, sono 2303 le violazioni al Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro nei cantieri del settore delle costruzioni.

La diagnosi finale non è certamente incoraggiante. Impianti elettrici fatiscenti, macchinari obsoleti, mancanza di guanti e caschi protettivi. Disattesi anche diversi piani operativi di sicurezza prescritti dal Testo Unico 81/2008 sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
 
Ma il pericolo più grande arriva dall’alto. In tre casi su 10 si tratta infatti di violazioni della normativa di settore sui ponteggi spesso e volentieri non protetti. In pole position fra le irregolarità, l’allestimento di impalcature non idonee, quando si costruisce un fabbricato, dove si registrano principalmente assenza o inadeguatezza di sottoponti.
 
Poi intavolati non a norma, che per regola devono essere sicuri perché sono la base su cui l’operaio si muove e cammina per svolgere i suoi esercizi lavorativi, e parapetti non adeguati.
 
Ma le infrazioni non finiscono qua ed investono altri campi d’intervento lavorativo come i macchinari adoperati per un cantiere che difettano di protezioni e gli scavi di lavoro dove l’inosservanza più comune è rappresentata dall’assenza di appropriati transennamenti.
 
Secondo Solimene, direttore del CFS irpino, per invertire il trend è necessario: “far capire sempre più l’importanza della sicurezza nei luoghi di lavoro, elemento essenziale che deve entrare a pieno titolo e diritto nei processi produttivi come importante valore aggiunto”.

“Per questo, secondo Di Giacomo, presidente dell’Ente paritetico di Atripalda, è necessario investire maggiormente in formazione professionale. Leva che va vista non come un obbligo ma come fattore prioritario per proteggere la vita lavorativa in edilizia”.


SICUREZZA SUL LAVORO: I GRUISTI ( 03-12-2010)


Montare una gru in un cantiere edile, senza idonea assicurazione e senza gli specifici titoli abilitativi è un problema grave e molti tra gli addetti ai lavori, compresi i responsabili della sicurezza ne sono pienamente a conoscenza.
 
Ma una generale situazione di stallo, fa sì che la questione si trascini da tempo senza prospettive di soluzione e di intervento. A Piuro, in Valtellina, c’è stato un primo incontro informale per fare una ricognizione sul problema e valutare un’azione comune per chiedere l’interessamento delle autorità competenti.
 
Dalle considerazioni che sono emerse durante l’incontro si tratta di un problema che tocca da vicino diverse realtà provinciali lombarde. Ad essere penalizzate sono sopratutto la sicurezza sui cantieri di lavoro e la professionalità dei gruisti, ma il problema riguarda anche altri settori del mondo delle costruzioni e le accuse, pesanti, sono la violazione delle norme della legislazione antinfortunistica oltre che la diffusione di pratiche concordate di concorrenza sleale.
Oggetto di discussione durante l’incontro è stato dunque il decreto legislativo 81/2008, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e in particolare le norme che disciplinano il comparto dei gruisti.


DIRETTIVA CANTIERI» E COORDINATORE PER LA SICUREZZA ( 06-12-2010)

(D.Lgs. n. 81/2008)
(Sent. Corte di Giustizia Europea, causa C-n. 224/2009 del 7 ottobre 2010 - procedimento penale contro Martha Nussbaumer)

 

Il D.Lgs. n. 81/2008, nel recepire la cd. «Direttiva Cantieri», contenuta nella Direttiva dell'Unione Europea n. 92/57/CEE, si è posto come un momento di riordino, di razionalizzazione e di semplificazione rispetto alla previgente normativa (in particolare il D.P.R. n. 164/1956), che era carente di qualsivoglia previsione in tema di «coordinamento in materia di sicurezza».

Tale opera di omogeneizzazione e di integrazione della disposizione comunitaria, di misure sia tecniche che organizzative e procedurali, si è attuata mediante la contestuale abrogazione del D.P.R. n. 164/1956, del D.Lgs. n. 626/1994, del D.Lgs. n. 494/1996 e del D.P.R. n. 223/2003 e l'«ampliamento» del breve elenco delle «definizioni» contenuto nella Direttiva (che era, sostanzialmente, limitato alle figure ed ai ruoli fondamentali nel cantiere).

Entrando, ora, nello specifico della materia affrontata dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea C-224/09 del 7 ottobre 2010, si deve osservare che la legislazione italiana non ha sufficientemente recepito la reale portata del vincolo comunitario, soprattutto in materia di obbligo di designazione del coordinatore per la progettazione, allorquando, con la «legge Comunitaria per il 2008» - legge n. 88/2009 - è intervenuta con l'art. 39, comma 1, lett. a) [modificativo del comma 11 dell'art. 90 del D.Lgs. n. 81/2003 (1)], che stabilisce che «La disposizione di cui al comma 3 non si applica ai lavori privati non soggetti a permesso di costruire in base alla normativa vigente e comunque di importo inferiore ad euro 100.000. In tal caso, le funzioni del coordinatore per la progettazione sono svolte dal coordinatore per la esecuzione dei lavori».

Tale disposizione consente, nei casi come quello in commento, di non applicare il comma 3 dello stesso articolo, il quale impone, in caso di presenza di più imprese, la designazione di un coordinatore per la progettazione. In altri termini, rispetto ai lavori privati non soggetti a permesso di costruire, il committente (o il responsabile dei lavori) non ha l'obbligo di designare il coordinatore per la progettazione anche qualora nel cantiere siano presenti più imprese.

Il tribunale di Bolzano chiede, pertanto, alla Corte se ciò rispetti i dettami dell'art. 3 della direttiva.

Esso sostiene inoltre che, per effetto del rinvio che il comma 4 dell'art. 90 fa al comma 3, sarebbe altresì derogato l'obbligo di designare il coordinatore per l'esecuzione: in realtà questa prospettiva, già discutibile secondo la disciplina in vigore all'epoca dei fatti, oggi perde di significato perché, in virtù delle menzionate modifiche introdotte con la legge Comunitaria 2008, il comma 11 stabilisce che le funzioni del coordinatore per la progettazione siano svolte dal coordinatore per l'esecuzione dei lavori, presupponendo la designazione di questo. Con tale operazione, però, il Legislatore nazionale ha reintrodotto un nuovo aspetto di illegittimità, rinvenibile nell'arbitraria limitazione all'applicabilità delle disposizioni comunitarie, assolutamente inderogabili.

In particolare, è opportuno ricordare che le Direttive Comunitarie non hanno portata generale e vincolano solo gli Stati membri, cui sono rivolte, per quanto riguarda il risultato da raggiungere e non sulle forme ed i mezzi necessari per il raggiungimento dell'obiettivo richiesto. Tanto è vero che la Corte ricorda soltanto («per fornire (...) una risposta esaustiva») che la direttiva, in via di principio, non «può creare di per sé obblighi a carico di un singolo» e che una sua disposizione non può essere fatta valere nei confronti di questo. Una precisazione che, come è noto, fa da corollario al principio secondo cui «la natura cogente della direttiva (...) esiste solo nei confronti dello Stato» (2).

Appare invece attuale l'altro dubbio di compatibilità con la direttiva sollevato dal tribunale a proposito del combinato disposto degli artt. 90, commi 5 e 11, e 92, comma 2, secondo cui il coordinatore per l'esecuzione è tenuto a redigere il piano di sicurezza soltanto in presenza di più imprese.

Inoltre, ne discende che non rileva neanche la circostanza che i lavori comportino o no rischi particolari.

Va da sé che, in vista della tutela effettiva della sicurezza e della salute, la designazione deve avvenire prima dell'esecuzione dei lavori (al momento della progettazione dell'opera o successivamente).

Quanto all'obbligo di redigere il piano di sicurezza e di salute, la Corte Europea ne rammenta la derogabilità ai sensi dell'art. 3, paragrafo 2 della Dir. n. 92/1957, ma precisa che essa non riguarda i lavori che comportino rischi particolari (elencati nell'apposito allegato II alla direttiva) o quelli che presuppongano una notifica alle autorità competenti.

Non conta, dunque, quante imprese siano coinvolte nel cantiere, ma la rischiosità dei lavori o la loro subordinazione alla predetta notifica: una normativa come quella italiana dalla quale, come si è visto, può inferirsi che l'obbligo di redigere il piano di sicurezza in questione valga soltanto nel caso di cantieri con più imprese è, dunque, contraria ai parametri generali sui quali si fonda il regime delle deroghe previsto dall'art. 3 della Dir. n. 92/1957.

Tale «limitazione» rispetto alla previsione comunitaria, prevista dalla legislazione nazionale (in precedenza già censurata, per altro aspetto, dalla Sent. n. C-504/06 della Corte di Giustizia U.E.) avrebbe potuto comportare una nuova «procedura di infrazione» in ordine alla previsione ed introduzione di «soglie» che - illegittimamente - consentivano, secondo la previsione normativa italiana, di derogare all'applicabilità dell'obbligo - tassativo, secondo la Direttiva Comunitaria - di designazione dei coordinatori, sul presupposto esclusivo della pluralità di imprese nel cantiere: infatti, mentre, per un verso, riguardante l'aspetto delle soglie qualitative e quantitative collegabili all'entità del cantiere ed alla presenza di «rischi particolari», sono state soppresse le parti del testo normativo che avrebbero potuto condizionare l'applicabilità del comma 3 dell'art. 90 (censurate dalla richiamata Sent. C.G.U.E. n. 504/2006), d'altro canto sono state introdotte nuove soglie (di cui all'art. 90, comma 11) collegabili ai «lavori privati» soggetti al particolare regime della richiamata norma.

Questa ne ha valutato, infatti, la compatibilità con la direttiva in una Sent. 25 luglio 2008 (causa C-504/06, Commissione contro Italia; sentenza da cui, peraltro, hanno preso le mosse le modifiche introdotte dalla legge Comunitaria 2008 al D.Lgs. n. 81/2008), stabilendo taluni principi che vengono in considerazione sia per chiarire, in generale, quali sono i margini di discrezionalità che la direttiva lascia agli Stati membri sia per stabilire, in via riflessa, se l'Italia li ha rispettati.

L'art. 3, osserva la Corte, enuclea tre norme (dedicate, rispettivamente, alla designazione dei coordinatori, al piano di sicurezza e di salute, e alla notifica preliminare di lavori di una certa importanza) le cui prescrizioni non vanno sovrapposte.

In particolare, di deroghe ammesse al regime stabilito dall'art. 3 può parlarsi con riferimento al piano di sicurezza e di salute, ma non alla designazione dei coordinatori. Risulta, in altri termini, che, se il cantiere presenta più imprese, il committente o il responsabile dei lavori è tenuto a designare uno o più coordinatori in materia di sicurezza e di salute quale che sia la tipologia di lavoro avviato (se privato, se soggetto a notifica preliminare al relativo avvio, se sottoposti a permesso di costruire ecc.): è la presenza di più imprese, dunque, che impone la designazione del coordinatore.

Invece, a seguito della vicenda dedotta in giudizio nella Sentenza in commento, il Giudice nazionale ha deciso, in tale circostanza, di effettuare un rinvio alla Corte di Giustizia Europea (ai sensi dell'art. 234 del Trattato CEE), con la richiesta di pronunciarsi, in via pregiudiziale, in merito all'interpretazione del diritto dell'Unione o alla validità di un atto dell'Unione, relativamente all'interpretazione dell'art. 3 della Dir. n. 92/57/CEE, con specifico riferimento alla disciplina introdotta dall'art. 90, comma 11 del D.Lgs. n. 81/2008. Va evidenziato, comunque, che la decisione della Corte non risolve la controversia nazionale, in quanto spetta al giudice nazionale risolvere la causa conformemente alla decisione della Corte Europea, sottolineando, però, nel contempo, che tale decisione vincola egualmente gli altri giudici nazionali ai quali dovesse essere sottoposto un problema simile.

Orbene, la sentenza in esame ribadisce che la direttiva riguardante le prescrizioni minime di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri temporanei o mobili, vincolante per gli Stati membri dell'U.E. e stabilisce che, in ogni cantiere in cui sono presenti più imprese, il committente o il responsabile dei lavori deve designare un coordinatore per la sicurezza e la salute, il quale è incaricato dell'attuazione dei principi generali di prevenzione e di sicurezza per la tutela dei lavoratori.

Detta direttiva non ammette, quindi, alcuna deroga a tale obbligo.

Essa prescrive, altresì, che il committente o il responsabile dei lavori controlli che sia redatto un piano di sicurezza nel caso in cui si tratti di lavori che comportano rischi particolari per la sicurezza e la salute dei lavoratori e che tali lavori sono indicati in un elenco, non esaustivo, contenuto nella direttiva, autorizzando gli Stati membri, previa consultazione delle parti sociali, a derogare all'obbligo di redigerlo, tranne nel caso in cui si tratti di lavori che comportano rischi particolari quali quelli enumerati nella direttiva o di lavori per i quali è richiesta una notifica preliminare. Di conseguenza risulta chiara l'inadeguatezza della legislazione italiana, quanto alla designazione dei coordinatori, anche dopo le modifiche intervenute a seguito della legge Comunitaria 2008.

Alla luce della pronuncia della Corte non appare sufficiente prevedere, nei casi come quello in commento, che le funzioni del coordinatore per la progettazione siano esercitate dal coordinatore per l'esecuzione, risultando più conforme alla direttiva la previsione di un'apposita designazione del primo. A proposito, invece, del criterio della rischiosità dei lavori, va notato che la Corte Europea richiama l'allegato II della Dir. n. 92/1957 soltanto a titolo esemplificativo: il criterio non è, dunque, costretto nei limiti dell'allegato II, costituendo piuttosto un parametro di fatto il cui apprezzamento dipende dalle circostanze del caso.

Pertanto, alla luce della interpretazione resa dalla Corte di Giustizia Europea con la sentenza in commento, un coordinatore in materia di sicurezza e di salute deve essere sempre nominato per qualsiasi cantiere in cui sono presenti più imprese al momento della progettazione o, comunque, prima dell'esecuzione dei lavori, indipendentemente dalla circostanza che i lavori siano soggetti o meno a permesso di costruire ovvero che tale cantiere comporti o no rischi particolari ed essendo irrilevante a tale riguardo il numero d'imprese presenti nel cantiere stesso.

La direttiva, inoltre, evidenzia il conflitto con la normativa nazionale nel caso in cui si sia in presenza di un cantiere di lavori privati non soggetti a permesso di costruire e si consenta di derogare all'obbligo (incombente sul committente o sul responsabile dei lavori) di nominare un coordinatore per la sicurezza e la salute al momento della progettazione dell'opera o, comunque, prima dell'esecuzione dei lavori, non assumendo, come criterio a fondamento di tale obbligo, i rischi particolari contemplati nell'All. II di detta direttiva, laddove, la normativa comunitaria stabilisce che, per qualsiasi cantiere i cui lavori comportino rischi particolari (quelli richiamati nella Direttiva), deve essere redatto, prima della sua apertura, un piano di sicurezza e di salute, essendo irrilevante a tale riguardo il numero d'imprese presenti nel cantiere stesso.

Ciò, però, comporta, in capo al proprietario privato - committente, una sorta di presunzione di conoscenze tecniche tali da permettere al soggetto di comprendere se la «valutazione dei rischi» sia rientrante nei casi previsti dall'All. II della Direttiva.

Probabilmente, la «costruzione giuridica» della Dir. n. 92/57/CEE, risente dell'esperienza comunitaria in materia di sicurezza (materia che viene «ricompresa» nell'attività della ditta esecutrice), ma, nell'esperienza italiana, ciò comporta che la «presunzione di conoscenza» posta in capo al privato-committente possa essere superata solo con l'affidamento di uno specifico incarico di valutazione ad un professionista del settore; il che, di conseguenza, si traduce in un ulteriore aggravio, in termini economici, di tempi e di procedure, per il privato.

Infatti, la posizione accolta dalla Corte appare del tutto in linea con gli elevati standard di tutela della salute e della sicurezza nell'ambiente di lavoro cui mirano le politiche dell'Unione.

Basti ricordare, da un lato, che tale tutela è espressamente sancita dalla Carta dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori (art. 19) e, dall'altro, che la Dir. n. 92/1957 rappresenta una delle numerose direttive specifiche emanate in materia (è l'ottava direttiva emanata ai sensi dell'art. 16 della Dir. generale n. 89/391/CEE del 12 giugno 1989).

Non sorprende, dunque, se la Corte ha seguito una rigida interpretazione dell'art. 3 della Dir. n. 92/1957 per escludere deroghe all'obbligo di designare i coordinatori della sicurezza quando nei cantieri operano più imprese e per parametrare le deroghe riguardanti l'obbligo di redigere il piano di sicurezza e di salute ai rischi particolari prodotti dai lavori.

IL FATTO

Nel 2008 gli ispettori del servizio di tutela del lavoro della Provincia autonoma di Bolzano, nell'effettuare un'ispezione presso un cantiere edile, per il quale non era richiesto, ai sensi della vigente legislazione italiana, il rilascio di un permesso di costruire (avente ad oggetto il rifacimento della copertura del tetto di una casa di abitazione ad un'altezza di circa 6-8 metri), hanno contestato alla proprietaria dell'immobile, committente dei lavori, la violazione degli obblighi di sicurezza imposti dalla Direttiva Comunitaria 92/57/CEE, in quanto il parapetto, l'autogrù e la manodopera erano forniti da tre imprese diverse presenti contemporaneamente nel cantiere.

La difesa della proprietaria dell'immobile, invece, si è sostanziata nell'evidenziare che la fattispecie contestata dagli ispettori era regolamentata dall'art. 90, comma 11, del D.Lgs. n. 81/2008, che prevede, nel caso concreto, una specifica deroga in ordine all'obbligo di designare un coordinatore in materia di sicurezza e di salute, nonché di redigere un piano di sicurezza e di salute ed assumendo che tale normativa (in quanto statale) dovesse essere applicata.

A seguito di tale contestazione è stato, comunque, avviato un procedimento penale per violazione degli obblighi di sicurezza imposti dalla Direttiva Comunitaria.

Il Tribunale di Bolzano, nutrendo dubbi riguardo alle deroghe in relazione all'obbligo di designare un coordinatore per la sicurezza, introdotte e previste dalla normativa italiana - in particolare, art. 90, comma 11, D.Lgs. n. 81/2008 - (in quanto il legislatore, nel supporre che un cantiere di lavori privati sia di modesta entità e dunque privo di rischi, non avrebbe considerato che anche lavori non soggetti a permesso di costruire possono essere complessi e pericolosi e richiedere, di conseguenza, la nomina di un coordinatore per la sicurezza), ha richiesto alla Corte di Giustizia Europea, in sostanza, se la direttiva osti ad una normativa nazionale che, da un lato, nel caso di un cantiere di lavori privati non soggetti a permesso di costruire e nel quale sono presenti più imprese, consenta di derogare all'obbligo di nominare un coordinatore per la sicurezza tanto per la progettazione dell'opera quanto per la realizzazione dei lavori, e che, dall'altro, preveda l'obbligo per il coordinatore di redigere un piano di sicurezza e di salute nel solo caso in cui, in un cantiere di lavori privati non soggetti a permesso di costruire, intervengano più imprese.

NOTE


(1) Per una migliore comprensione della problematica trattata si ritiene utile riportare integralmente l'art. 9 del D.Lgs. n. 81/2008:

1. Il committente o il responsabile dei lavori, nelle fasi di progettazione dell'opera, si attiene ai principi e alle misure generali di tutela di cui all'art. 15, in particolare:

a) al momento delle scelte architettoniche, tecniche ed organizzative, onde pianificare i vari lavori o fasi di lavoro che si svolgeranno simultaneamente o successivamente;

b) all'atto della previsione della durata di realizzazione di questi vari lavori o fasi di lavoro.

1 bis. Per i lavori pubblici l'attuazione di quanto previsto al comma 1 avviene nel rispetto dei compiti attribuiti al responsabile del procedimento e al progettista.

2. Il committente o il responsabile dei lavori, nella fase della progettazione dell'opera, prende in considerazione i documenti di cui all'art. 91, comma 1, lett. a) e b).

3. Nei cantieri in cui è prevista la presenza di più imprese esecutrici, anche non contemporanea, il committente, anche nei casi di coincidenza con l'impresa esecutrice, o il responsabile dei lavori, contestualmente all'affidamento dell'incarico di progettazione, designa il coordinatore per la progettazione.

4. Nei cantieri in cui è prevista la presenza di più imprese esecutrici, anche non contemporanea, il committente o il responsabile dei lavori, prima dell'affidamento dei lavori, designa il coordinatore per l'esecuzione dei lavori, in possesso dei requisiti di cui all'art. 98.

5. La disposizione di cui al comma 4 si applica anche nel caso in cui, dopo l'affidamento dei lavori a un'unica impresa, l'esecuzione dei lavori o di parte di essi sia affidata a una o più imprese.

6. Il committente o il responsabile dei lavori, qualora in possesso dei requisiti di cui all'art. 98, ha facoltà di svolgere le funzioni sia di coordinatore per la progettazione sia di coordinatore per l'esecuzione dei lavori.

7. Il committente o il responsabile dei lavori comunica alle imprese affidatarie, alle imprese esecutrici e ai lavoratori autonomi il nominativo del coordinatore per la progettazione e quello del coordinatore per l'esecuzione dei lavori. Tali nominativi sono indicati nel cartello di cantiere.

8. Il committente o il responsabile dei lavori ha facoltà di sostituire in qualsiasi momento, anche personalmente, se in possesso dei requisiti di cui all'art. 98, i soggetti designati in attuazione dei commi 3 e 4.

9. Il committente o il responsabile dei lavori, anche nel caso di affidamento dei lavori ad un'unica impresa o ad un lavoratore autonomo:

a) verifica l'idoneità tecnico-professionale delle imprese affidatarie, delle imprese esecutrici e dei lavoratori autonomi in relazione alle funzioni o ai lavori da affidare, con le modalità di cui all'allegato XVII. Nei cantieri la cui entità presunta è inferiore a 200 uomini-giorno e i cui lavori non comportano rischi particolari di cui all'allegato XI, il requisito di cui al periodo che precede si considera soddisfatto mediante presentazione da parte delle imprese e dei lavoratori autonomi del certificato di iscrizione alla Camera di commercio, industria e artigianato e del documento unico di regolarità contributiva, corredato da autocertificazione in ordine al possesso degli altri requisiti previsti dall' allegato XVII;

b) chiede alle imprese esecutrici una dichiarazione dell'organico medio annuo, distinto per qualifica, corredata dagli estremi delle denunce dei lavoratori effettuate all'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), all'Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro (INAIL) e alle casse edili, nonché una dichiarazione relativa al contratto collettivo stipulato dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, applicato ai lavoratori dipendenti. Nei cantieri la cui entità presunta è inferiore a 200 uomini-giorno e i cui lavori non comportano rischi particolari di cui all'allegato XI, il requisito di cui al periodo che precede si considera soddisfatto mediante presentazione da parte delle imprese del documento unico di regolarità contributiva, fatto salvo quanto previsto dall'art. 16-bis, comma 10, del D.L. 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla L. 28 gennaio 2009, n. 2, e dell'autocertificazione relativa al contratto collettivo applicato;

c) trasmette all'Amministrazione concedente, prima dell'inizio dei lavori oggetto del permesso di costruire o della denuncia di inizio attività, copia della notifica preliminare di cui all'art. 99, il documento unico di regolarità contributiva delle imprese e dei lavoratori autonomi, fatto salvo quanto previsto dall'art. 16-bis, comma 10, del D.L. 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla L. 28 gennaio 2009, n. 2, e una dichiarazione attestante l'avvenuta verifica della ulteriore documentazione di cui alle lett. a) e b).

10. In assenza del piano di sicurezza e di coordinamento di cui all'art. 100 o del fascicolo di cui all'art. 91, comma 1, lett. b), quando previsti, oppure in assenza di notifica di cui all'art. 99, quando prevista oppure in assenza del documento unico di regolarità contributiva delle imprese o dei lavoratori autonomi, è sospesa l'efficacia del titolo abilitativo. L'organo di vigilanza comunica l'inadempienza all'Amministrazione concedente.

11. La disposizione di cui al comma 3 non si applica ai lavori privati non soggetti a permesso di costruire in base alla normativa vigente e comunque di importo inferiore ad euro 100.000. In tal caso, le funzioni del coordinatore per la progettazione sono svolte dal coordinatore per la esecuzione dei lavori.

(2) Cosa vuol dire ciò è di facile percezione: il fatto che la direttiva sia stata interpretata nel senso di rafforzare gli obblighi del committente (e del responsabile dei lavori) non significa che da essa possano ora discendere effetti pregiudizievoli per il committente che non siano previsti dalla normativa italiana sia pure a causa di una sua difformità dalla direttiva. Mette conto segnalare che tale rilievo, in sé congruo con i principi che regolano l'efficacia della direttiva sul piano interno, appare vieppiù significativo considerato che nel procedimento nazionale d'origine è in gioco l'applicazione di una sanzione penale.

 

di Gianfranco Cioffi - Avvocato e funzionario ispettivo, Coordinatore della D.P.L. di Roma




SICUREZZA SUL LAVORO: LE NANOTECNOLOGIE ( 07-12-2010)


L’Istituto Nazionale per la Salute e Sicurezza Occupazionale (NIOSH-USA) e l’INAIL stanno conducendo da tempo ricerche al fine di determinare se le nanoparticelle possono influire negativamente sulla salute dei lavoratori.
 
Grazie alle nuove tecnologie è possibile manipolare i materiali a livello molecolare creando così materiali con dimensioni piccolissime, che variano da 1 a 100 nanometri (1 nanometro è un miliardesimo di un metro).
 
Le particelle create in misura nanometrica possiedono proprietà chimiche e fisiche diverse rispetto alle particelle dei grandi materiali. I rischi possibili di contaminazione sono attraverso inalazione, ingestione e contatto dermico.
 
Alcuni studi sugli animali hanno accertato che alcuni tipi di nanoparticelle, se inalati, possono raggiungere il sangue, il cervello ed altri organi, provocando fibrosi nei polmoni e altri organi. Ma nel caso dei lavoratori, in attesa che emergano dati chiari dalle ricerche in corso, bisogna considerare che le nanoparticelle di alcuni materiali (ad esempio sostanze infiammabili o catalitiche) possono provocare reazioni chimiche, incendi ed esplosioni.


VALUTAZIONE DEI RISCHI: LE LAVORATRICI GESTANTI ( 07-12-2010)


Lo stato delle lavoratrici gestanti richiede particolare attenzione e rappresenta un momento di criticità nella vita aziendale che va gestito seguendo un iter specifico.
 
La materia viene disciplinata dall’art. 11 del DLgs 151 che introduce un elenco di mansioni vietate, pericolose e insalubri per le lavoratrici gestanti, e dal DLgs 81/2008 che ha fatto chiarezza sulle modalità di valutazione dei rischi.
 
Innanzitutto la valutazione del rischio per le lavoratrici in gestazione puerperio e allattamento deve avvenire anche in assenza di lavoratrici gestanti perché è d’obbligo per il datore di lavoro valutare ogni sorta di rischio.
 
Il datore di lavoro, a seguito della valutazione del rischio, deve procedere a fornire le informazioni necessarie alle lavoratrici sui rischi specifici dell’attività lavorativa in relazione al periodo di gestazione e allattamento al fine di dare la giusta priorità alla comunicazione tempestiva dello stato di gravidanza in quanto utile ad agevolare l’adozione delle misure di prevenzione e protezione sulla base dei rischi precedentemente calcolati.
 
Per effettuare una corretta valutazione dei rischi che tenga conto di tutti gli aspetti, è consigliabile applicare una procedura operativa che individui l’iter da seguire e utilizzare una checklist che riassuma gli allegati ABC del decreto 151 e fornisca una traccia di quei lavori ritenuti vietati e pericolosi.
 
È molto importante chiarire i diritti in caso di gravidanza, perché è ormai noto che è proprio dal concepimento ai primi mesi di gestazione che la donna corre i rischi maggiori e in ambiente di lavoro si devono adottare misure di prevenzione e protezione fin da subito.


MALATTIE PROFESSIONALI: LE DERMATITI ( 08-12-2010)


L’ INAIL ha recentemente pubblicato un documento intitolato “Le alterazioni cutanee e l'assicurazione obbligatoria contro infortuni e malattie professionali”. La gestione dell’infortunio e della malattia professionale.
La pubblicazione è di rilevante interesse per l'aggiornamento del medico legale e del medico competente in tema di trattazione delle affezioni cutanee di origine professionale ed è anche uno "strumento" utile per informare e sensibilizzare i medici di base e i dermatologi nel far emergere le patologie ricollegabili al lavoro attraverso specifici adempimenti certificativi.

Dalle recenti normative in materia di sicurezza e salute sul lavoro nasce appunto l'idea di rifare il punto sul rapporto patologie cutanee - lavoro con particolare riferimento alla figura giuridica dell'infortunio, della malattia professionale e alla valutazione del danno biologico.


SICUREZZA SUL LAVORO: LE RESPONSABILITA’ DEL PRIVATO ( 09-12-2010)


Con la sentenza n. 42465 del 1° dicembre 2010, la Corte di Cassazione afferma che il privato, in qualità di committente di lavori edili da svolgersi nella sua abitazione, risponde di omicidio colposo qualora l'operaio da lui incaricato, in assenza di qualsiasi cautela relativa alla sicurezza, muoia in occasione del lavoro assunto.
Secondo l’orientamento della Corte infatti, in tema di sicurezza sul lavoro "riveste una posizione di garanzia il proprietario (committente) che affida lavori edili in economia al lavoratore autonomo di non verificata professionalità e in assenza di qualsiasi apprestamento di presidi anticaduta a fronte di lavorazioni in quota superiore ai metri due.
Secondo la Corte, è errata la tesi secondo cui "in caso di prestazione autonoma (d'opera) il lavoratore autonomo sia comunque l'unico responsabile della sicurezza".


EDILIZIA: L'UTILIZZO DI SCALE PORTATILI NEI CANTIERI TEMPORANEI E MOBILI ( 09-12-2010)


Il Gruppo di Lavoro "Lavori in Quota" della Regione Lombardia ha predisposto indicazioni operative di facile utilizzo in cantiere da parte delle persone che vi operano, per fare sì che le scale portatili - in quanto attrezzature di utilizzo mirato per accessi a luoghi elevati e per posizionamenti in relazione a lavori di piccola entità e breve durata – possano essere utilizzate dai lavoratori in condizioni di sicurezza.

Le Linee Guida realizzate si compongono di tre parti. Una parte generale, nella quale vengono indicati i riferimenti normativi e le misure generali di sicurezza.
 
Una seconda parte in cui vengono illustrate le Schede Informative che riguardano i possibili utilizzi in cantiere delle scale portatili. La terza ed ultima parte contiene invece una Check List sull'utilizzo delle scale per l'accesso in quota.


STRESS DA LAVORO CORRELATO ( 09-12-2010)


Il vigente ordinamento in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro stabilisce che  la valutazione  obbligatoria dei rischi a carico del datore di lavoro deve riguardare tutti i tipi di rischio, ivi compreso quello da ‘stress lavoro correlato’ secondo quanto contenuto nell’accordo europeo  8 ottobre 2004.

Come noto, l’articolo 8, comma 12 del D.L. 78/2010 stabilisce che ‘il termine di applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 28 e 29 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, in materia di rischio da stress lavoro-correlato, è differito al 31 dicembre 2010’.

Pertanto, il 31 dicembre 2010 rappresenta il termine a decorrere dal quale deve essere iniziata la valutazione dei rischi derivanti da stress da lavoro correlato.

In ogni caso, ai sensi dell’articolo 28 comma 1bis nonché dell’articolo 6, comma 8, lettera m-quarter),  del D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81 ed ai fini di una corretta applicazione della normativa, la valutazione dello stress lavoro-correlato deve essere effettuata nel rispetto delle indicazioni fornite dalla commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro.

Con riunione del 17 novembre, la commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro ha approvato le indicazioni operative per la valutazione del suddetto rischio.

Il Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali, con  lettera circolare 18 novembre 2010, n. 23692, ha reso note le predette indicazioni.

1.                  DEFINIZIONE DI STRESS DA LAVORO CORRELATO

Ai sensi dell’articolo 3 dell’Accordo europeo 8 ottobre 2004, lo stress da lavoro correlato è ‘una condizione, accompagnata da sofferenze o disfunzioni fisiche, psichiche, psicologiche o sociali, che scaturisce dalla sensazione individuale di non essere in grado di rispondere alle richieste o di non essere all’altezza delle aspettative. L’individuo può ben adattarsi ad affrontare un’esposizione alla pressione a breve termine, cosa che può anche essere considerata positiva, ma ha una maggiore difficoltà a sostenere un’esposizione prolungata a una intensa pressione. Inoltre i singoli individui possono reagire differentemente ad una stessa situazione data oppure possono reagire diversamente a situazioni similari in momenti diversi della propria vita. Lo stress non è una malattia, ma un’esposizione prolungata ad esso può ridurre l’efficienza nel lavoro e può causare malattie. Lo stress derivante da motivi esterni all’ambiente di lavoro può portare a cambiamenti nel comportamento e ad una riduzione dell’efficienza nel lavoro. Tutte le manifestazioni da stress nel lavoro non possono essere ritenute correlate al lavoro stesso. Lo stress da lavoro può essere causato da fattori diversi, come ad esempio il contenuto del lavoro, la sua organizzazione, l’ambiente, la scarsa comunicazione’.

Di fatto, lo stress da lavoro correlato non è una malattia, ma una modalità fisiologica che può ridurre l’efficienza sul lavoro e determinare un cattivo stato di salute.

Pertanto, lo stress da lavoro correlato risulta parte integrante della valutazione dei rischi e deve essere effettuata dal datore di lavoro, in collaborazione con il  Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione [R.S.P.P.], il medico competente, ove nominato e previa consultazione del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza [R.L.S./R.L.S.T.].

Secondo le indicazioni fornite dalla commissione  consultiva, la valutazione deve  essere così strutturata:

  • Valutazione preliminare consistente :

è identificazione dei fattori rischio da stress da lavoro correlato. L’analisi da condurre per valutare il fenomeno potrà riguardare:

-      la gestione dell’organizzazione e dei processi di lavoro;

-      le condizioni di lavoro e ambientali;

-      la comunicazione;

-      i fattori soggettivi,

E dovrà  prendere in esame  gruppi omogenei di lavoratori che risultino esposti a rischi dello stesso tipo.  La valutazione preliminare dovrà pertanto consistere nella rilevazione di indicatori oggettivi e verificabili, numericamente apprezzabili, appartenenti a tre distinte famiglie:

1.       eventi sentinella, quali ad esempio: indici infortunistici, assenze per malattia, turnover elevato, numero elevato di lamentele, segnalazioni del medico competente;

2.       fattori legati al contenuto del lavoro quali: ambiente di lavoro e attrezzature, carichi e ritmi di lavoro eccessivi, orario di lavoro e turni, effettiva corrispondenza tra competenze dei lavoratori e requisiti professionali richiesti;

3.       fattori  legati al contesto del lavoro: ruolo nell’ambito dell’organizzazione, autonomia decisionale, conflitti interpersonali al lavoro, possibilità di carriera, chiarezza nella comunicazione (incertezza in ordine alle prestazioni richieste).

Ove nella valutazione preliminare non emergano elementi di rischi da stress lavoro-correlato, tali da richiedere azioni correttive, il datore di lavoro sarà unicamente tenuto a darne conto nel D.V.R. e prevedere un piano di monitoraggio. Al contrario, qualora emergano rischi da correggere, si procederà alla:

è Pianificazione delle misure di eliminazione;

è Eliminazione effettiva del rischio.

  • Valutazione eventuale approfondita, da attivare nel caso in cui la valutazione preliminare rilevi elementi di rischio da stress da lavoro correlato e le misure di correzione adottate a seguito della stessa si rivelino inefficaci.

La valutazione approfondita deve prevedere:

-           la valutazione della percezione soggettiva dei lavoratori attraverso strumenti quali questionari, focus group, interviste semi strutturate relativamente ai fattori sopra elencati. Nelle aziende di grandi dimensioni è possibile effettuare detta valutazione su un campione rappresentativo di lavoratori.

Dette valutazioni rappresentano quindi lo standard minimo inderogabile per l’effettuazione della valutazione dello stress da lavoro correlato e pertanto dovranno essere rese operative da parte delle aziende, a partire dal 31 dicembre 2010.

Entro il 31 dicembre 2010 i datori di lavoro dovranno pertanto indicare, nel documento di valutazione dei rischi, la programmazione temporale della valutazione da stress da lavoro-correlato, con precisa indicazione del termine finale entro cui adempiere.

Le aziende che hanno eventualmente già provveduto ad effettuare la suddetta valutazione dovranno procedere al solo aggiornamento del documento si valutazione eventualmente integrato con quanto disposto dalla commissione consultiva permanente.

In ogni caso, in base al Testo Unico sulla sicurezza, fino al 30 giugno 2012, i datori di lavoro che occupano fino a 10 lavoratori possono autocertificare l’effettuazione della valutazione dei rischi [ e pertanto il rischio da stress da lavoro correlato].

La violazione delle suddette disposizioni comporteranno l’irrogazione di sanzioni per omessa o incompleta redazione del documento di valutazione dei rischi. Pertanto, ai sensi dell’articolo 55 del D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81, il datore di lavoro inadempiente sarà punito con l'arresto da tre a sei mesi o con l'ammenda da 2.500 a 6.400 euro.



SISTRI, la Marcegaglia chiede al Ministro Prestigiacomo di congelare le sanzioni per un anno ( 10-12-2010)


Sospensione di dodici mesi delle sanzioni per le imprese. Questo è quanto hanno richiesto al Ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia e il presidente di Rete Imprese Italia, Carlo Sangalli, con una lettera inviata nei giorni scorsi. È necessario più tempo “per gestire adeguatamente le nuove complesse procedure e per attuare quegli interventi sul sistema informatico e sul sistema gestionale che sembrano assolutamente indispensabili”.

di Claudio Bovino

Non sappiamo se l’appello accorato di Confindustria e Rete Imprese Italia (Confcommercio, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Confesercenti) sortirà l’effetto voluto dato che oramai lo schema di Decreto legislativo di recepimento della direttiva 2008/98/CE (Atto Senato n. 250), dopo l’approvazione definitiva del CdM n. del 19 novembre scorso, è stato anche firmato dal Capo dello Stato, ed è ora in procinto di essere pubblicato in G.U. Come è noto, il provvedimento oltre a recepire la nuova direttiva quadro in materia di rifiuti - modificando sostanzialmente la Parte Quarta del D.Lgs. n. 152/2006 (TUA) che disciplina a livello nazionale la gestione dei rifiuti – ha anche il compito di inserire nel TUA le norme relative al SISTRI, comprese le sanzioni prevedendone l’applicazione a partire dal 1° gennaio 2011.

Come accennato, però, secondo Marcegaglia e Sangalli, il rischio è quello di arrivare a sanzionare le imprese per comportamenti ritenuti illeciti alla luce della nuova disciplina SISTRI ma di fatto non imputabili ad esse. I problemi sino ad oggi lamentati sul malfunzionamento del SISTRI (sul punto, si vedano la nota del 22 novembre scorso della CNA e le proteste degli operatori segnalate nell’articolo sul “SISTRI DAY”, anche se poi nei fatti l’annunciata manifestazione pubblica ha avuto scarsa partecipazione) non sarebbero ancora stati risolti, ed anche le strutture tecnico operative di supporto alle imprese verserebbero in una situazione di grave disagio per quanto riguarda la formazione in materia di funzionamento del sistema: “La situazione attuale compromette la capacità di fornire supporto adeguato visto che le occasioni formative sono state Insufficienti, carenti ed episodiche e che avrebbero necessitato invece di un tempo maggiore per approfondire ed analizzare nel dettaglio la procedura di gestione dei dispositivi usb e la fase di movimentazione per quanto riguarda, in particolare modo ma non solo, i trasportatori.”

Si ricorda, peraltro, che dopo l’annullamento della conferenza stampa del MATTM sul SISTRI fissata per il 1° dicembre, non vi sono stati altri comunicati da parte del Ministro sulla situazione attuale e sulle iniziative che, eventualmente si vogliono prendere, lasciando ancora una volta le imprese di tutte le categorie senza indicazioni.

Il tono della lettera è fermo e non consente dubbi: secondo Confindustria e Rete Imprese Italia “Il problema è serio e richiede risposte chiare, tempestive ed efficaci”.

Dopo aver sottolineato la rilevanza del progetto SISTRI (“un progetto di enorme respiro e socialmente straordinario, quale la messa in funzione del sistema Sistri cui tanti hanno profuso impegno e messo in gioco professionalità e responsabilità”) e l’impegno e la collaborazione “economica ed organizzativa” da sempre offerti da Rete Imprese Italia e Confindustria, che fin dall'inizio si sono assunte la responsabilità “nel voler agevolare il Ministero dell'Ambiente, accompagnandolo ed affiancandolo nelle fasi più delicate”, nella convinzione della bontà del progetto e delle sue finalità, i rappresentanti delle due federazioni chiedono che, “nell'attesa della definitiva risoluzione di tutte le criticità operative riscontrate, sia disposta l'immediata sospensione delle sanzioni a carico delle imprese”.

Dodici mesi di tempo appaiono un termine necessario ma ragionevole per risolvere tutti gli aspetti critici riscontrati e consentire al SISTRI di partire “senza impattare drammaticamente sul sistema delle imprese”.

L’aut-aut espresso nella missiva inviato alla Prestigiacomo – che al momento si trova a Cancun, in Messico, a capo della delegazione italiana che presenzia alla COP 16, la Conferenza ONU sul clima – non sembra ammettere repliche: “Al contrario, qualora fosse confermato l'attuale quadro legislativo, si perderebbe una grande occasione per inviare un segnale di buon senso - in un periodo critico come quello attuale per I'economla nazionale - al nostro tessuto Imprenditoriale, buon senso che Rete Imprese Italia e Confindustria vogliono continuare a far di tutto per non perdere”.

La lettera dei vertici di Confindustria e Rete Imprese Italia è stata accolta favorevolmente dal mondo imprenditoriale. Tra gli altri, un appoggio alla richiesta di sospensione delle sanzioni è giunta da Adriano Luci, presidente di Assindustria Udine, che con una nota ha dichiarato, a nome delle imprese friulane, di “condividere appieno la lettera”, reputando la sospensione quale “atto dovuto”: “Qui, ancora una volta, ci sono aziende che vorrebbero operare nel rispetto della nuova normativa, ma sono impossibilitate a farlo per ragioni esterne: si va dai ritardi nella distribuzione dei dispositivi Usb e nell'installazione delle black box ai malfunzionamenti dovuti a difetti strutturali nell'hardware e nel software fino ai continui correttivi legislativi e procedurali" (Fonte AGI)

 


Detrazione spese per più interventi di riqualificazione energetica sullo stesso edificio: definiti i criteri ( 10-12-2010)


Ai fini della fruizione della detrazione del 55 per cento per la riqualificazione energetica, per più interventi sullo stesso edificio, ogni intervento, per essere considerato autonomamente detraibile, rispetto a quelli eseguiti in anni precedenti, deve essere anche autonomamente certificato dalla documentazione indicata.

La precisazione si legge nella risposta fornita dalla Commissione finanze della Camera, all'interrogazione parlamentare n. 5-03909 del 1° dicembre 2010.

In particolare è stato chiesto se sia possibile eseguire sullo stesso immobile nel corso del periodo 2007-2010 più interventi di cui all’articolo 1, comma 344 della legge 296 del 2006, da intendersi, anche dal punto di vista formale, come autonomi e non come prosecuzione di quelli precedenti i quali conseguano l'indice di prestazione energetica per la climatizzazione invernale previsto per l'anno in cui è eseguito. In particolare è stato chiesto se sia possibile beneficiare per ciascuno intervento della detrazione del 55 per cento fino all'importo massimo di 100.000 euro.

Al riguardo l'Agenzia delle entrate ha affermato che il comma 344 della legge n. 296 del 2006 riguarda interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti riferiti all'intero fabbricato, che conseguano un valore limite di fabbisogno di energia primaria annuo per la climatizzazione invernale stabilito in misura decrescente per gli anni dal 2007 al 2010.

Per questa tipologia di intervento la norma non specifica quali opere o quali impianti occorre realizzare per raggiungere le prestazioni energetiche richieste, e, pertanto, tale categoria può comprendere qualsiasi intervento, o insieme sistematico di interventi, che incida sulla prestazione energetica dell'edificio (ad esempio la sostituzione o l'installazione di impianti di climatizzazione invernale non espressamente agevolati).

Considerata la genericità delle opere riconducibili nella categoria di intervento in oggetto, non risulta possibile affermare in via di principio se gli interventi ipotizzati nella interrogazione si configurino come autonomi o come prosecuzione di quelli eseguiti in anni precedenti.

Pertanto, si può concludere che, come regola generale, ogni intervento per essere considerato autonomamente detraibile, rispetto a quelli eseguiti in anni precedenti, deve essere anche autonomamente certificato dalla documentazione indicata.



Avviata una procedura di infrazione per violazione della direttiva 2002/91/CE sul rendimento energetico degli edifici ( 13-12-2010)

La Commissione Europea avvia una procedura d’infrazione contro l’Italia e la Spagna, colpevoli di non rispettare la normativa europea sul rendimento energetico negli edifici.
 

L’Italia e la Spagna rischiano di essere citate davanti alla Corte di Giustizia perché non hanno adottato le misure necessarie all’attuazione della legislazione europea in materia di rendimento energetico negli edifici. La normativa comunitaria in materia di energia persegue l’obiettivo di ridurre il consumo energetico per contribuire alla lotta contro il riscaldamento climatico.

Il risparmio energetico, inoltre, consente di diminuire drasticamente il costo dell’energia consumata da ciascuna famiglia.

La procedura di infrazione avviata nei confronti di Italia e Spagna (al momento in fase pre-contenziosa) riguarda, in particolare, la violazione della direttiva 2002/91/CE sul rendimento energetico nell’edilizia (da adesso “la direttiva”), la quale si inserisce nell'ambito delle iniziative intraprese dalle Istituzioni comunitarie in relazione ai cambiamenti climatici e alla sicurezza dell'approvvigionamento.

Considerato che le emissioni di gas a effetto serra sono in aumento, e che il consumo di energia per i servizi connessi agli edifici equivale a circa un terzo del consumo energetico dell'UE, l’obiettivo che persegue la direttiva è quello di agire sulla domanda, riducendo il consumo di energia e migliorando l'efficienza energetica.

Pertanto, la direttiva riguarda il settore dell’edilizia residenziale e quello terziario, stabilendo:

- una metodologia comune di calcolo del rendimento energetico integrato degli edifici;

- i requisiti minimi sul rendimento energetico degli edifici di nuova costruzione e degli edifici già esistenti sottoposti a importanti ristrutturazioni;

- i sistemi di certificazione degli edifici di nuova costruzione e di quelli esistenti;

- l'ispezione periodica delle caldaie e degli impianti centralizzati di aria condizionata negli edifici e la valutazione degli impianti di riscaldamento dotati di caldaie installate da oltre 15 anni.

Il sistema di attestazione ed il regime di ispezioni periodiche delle caldaie e dei sistemi di condizionamento dell’aria sono obbligatori a partire dal 4 gennaio 2009. In particolare, la direttiva prevede che in caso di costruzione, vendita o locazione di edifici o unità immobiliari, l’attestato di prestazione energetica sia consegnato al all’acquirente o al nuovo locatario.

L’attestato di prestazione energetica è un documento informativo che consente di raffrontare e valutare il rendimento energetico dell’edificio, nonché di avere una migliore comprensione della spesa energetica.

Esso è corredato di raccomandazioni per il miglioramento del rendimento energetico in termini di costi-benefici. Gli Stati membri sono responsabili dell'elaborazione delle norme minime e sono tenuti a garantire che la certificazione e il controllo degli edifici siano effettuati da personale qualificato e indipendente.

La direttiva in esame è stata attuata nell’ordinamento italiano con il D.Lgs. 19 agosto 2005, n.192 (intergrato e modificato successivamente dal D.Lgs. 29 dicembre 2006, n.311).

A parere della Commissione, le disposizioni della legislazione italiana in materia di rilascio degli attestati di rendimento energetico non rispondono alle esigenze fissate dalla direttiva. Inoltre, nelle norme italiane di attuazione non è prevista alcuna misura relativa all’obbligo di ispezioni periodiche degli impianti di condizionamento dell’aria al fine di valutarne il rendimento energetico.

La Spagna, invece, a parere della Commissione, non ha ancora adottato una metodologia di calcolo del rendimento energetico, né un sistema di attestazione che interessi tutti gli edifici esistenti; inoltre, il regime delle ispezioni delle caldaie interessa solo gli impianti in funzione dopo l’entrata in vigore della direttiva e non quelli precedenti.

Non resta che attendere che i due Stati membri provvedano a sanare tali lacune normative entro due mesi, altrimenti sarà la Corte di Giustizia ad accertarne l’inadempimento.

A tal proposito, sembra opportuno segnalare che il giorno successivo a quello in cui la Commissione ha annunciato il proprio parere motivato (il 24 novembre 2010), il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione con cui chiede alla Commissione di intensificare l’implementazione delle disposizioni vigenti e di adottare al più presto un piano d’azione ambizioso per l’efficienza energetica.

La risoluzione delinea gli obiettivi della strategia energetica futura.

I parlamentari riconoscono espressamente che l’efficienza ed il risparmio energetico costituiscono una delle principali priorità per ridurre la dipendenza energetica dell’UE, combattere i cambiamenti climatici, contribuire alla creazione di occupazione e contrastare l’aumento delle tariffe.

Nella risoluzione, il Parlamento dichiara, inoltre, che è necessario, promuovere nuovi progetti energetici per il prossimo futuro, quali Nabucco (finalizzato a migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento di gas nell’UE), Desertec (energia pulita dai deserti) e Transgreen (reti di distribuzione dell’energia rinnovabile).

Infine, l’UE dovrebbe rafforzare la propria leadership internazionale in campo energetico.

Il futuro ci dovrebbe riservare un mercato unico per l’energia e la sicurezza dell’approvvigionamento a prezzi accessibili a tutti i consumatori.

 

di Giuditta Merone, Tiziana Ianniello


Sicurezza - Appalti interni - Violazione degli obblighi imposti circa l’uso delle attrezzature di lavoro fornite all’appaltatore e responsabilità dell’appaltante ( 13-12-2010)

La Suprema Corte, con la decisione in esame, si sofferma nuovamente sul tema degli obblighi incombenti al datore di lavoro che sia anche titolare dell’impresa appaltante i lavori da svolgere da parte delle imprese appaltatrici, individuando il legame intercorrente tra gli obblighi spettanti al primo, in quanto datore di lavoro, e quelli, pure sul medesimo gravanti, ma a diverso titolo, ovvero scaturenti dagli obblighi di coordinamento e cooperazione che incombono a norma dell’art. 26 del D.Lgs. n. 81 del 2008.

 


Il caso

Il principio di diritto affermato dalla Corte vedeva imputati, da un lato, il responsabile di cantiere di un’impresa appaltante e, dall’altro, il titolare della ditta cui il primo aveva appaltato i lavori di realizzazione delle strutture in cemento armato presso il cantiere. Uno dei dipendenti della ditta appaltatrice, utilizzando una sega circolare messa a disposizione dalla ditta appaltante, mentre era intento a tagliare alcuni cunei in legno con detta sega, sprovvista di cuffia di protezione della lama, veniva accidentalmente in contatto con la lama medesima, riportando una ferita lacero – contusa con frattura scomposta della prima falange del V dito della mano dx, derivandone uno stato di malattia ed incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni di durata superiore a 40 giorni.

La responsabilità del primo era stata individuata per aver messo a disposizione dell’impresa appaltatrice una sega circolare fissa munita di una cuffia di protezione della lama non originale e montata in modo tale da non consentirne il corretto funzionamento e da rendere necessaria la sua rimozione per evitare contatti tra la cuffia stessa e la lama nonché, ancora, nell’aver consentito che i dipendenti della ditta appaltatrice utilizzassero tale strumento di lavoro privo della cuffia di protezione della lama.

In sede di merito, accertato che effettivamente la sega circolare era sprovvista della cuffia protettiva e che tale circostanza era nota al datore di lavoro della ditta appaltante, si era anche verificato che lo strumento di lavoro era stato concesso in uso ai dipendenti della ditta appaltatrice per espressa previsione contenuta nel contratto di appalto.

Per tale ragione, quindi, il responsabile di cantiere della ditta appaltante era tenuto a verificare la conformità dello strumento di lavoro alla normativa prevenzionistica e non poteva non conoscerne i difetti, anche perché sovente si recava in cantiere sia per verificare l’avanzamento dei lavori che le loro modalità esecutive.

Circa, poi, la contestazione del responsabile della ditta appaltante secondo cui nessun obbligo di controllo gravasse su di lui circa l’idoneità degli strumenti di lavoro, per non essere destinatario di obblighi di sicurezza nei confronti dei dipendenti dell’altra azienda, i giudici di merito valorizzavano la necessità di coordinare la disciplina dettata dall’art. 71 (all’epoca dei fatti prevista dall’art. 35 del D.Lgs. n. 626 del 1994) con quella prevista dall’art. 26 del D.Lgs. n. 81 del 2008 (all’epoca, invece, contenuta all’art. 7 del medesimo D.Lgs. n. 626).

La decisione della Cassazione

La tesi sostenuta dalla difesa è stata ritenuta infondata. Sul punto i giudici di Piazza Cavour hanno precisato che il responsabile di cantiere della ditta che aveva appaltato i lavori, in quanto committente, era il soggetto responsabile della prevenzione.

In secondo luogo, sotto il profilo normativo, la Corte ha sposato la tesi, sostenuta dai giudici di merito, secondo cui la normativa disciplinante la materia in esame fosse esattamente rappresentata, da un lato, dall’art. 35 del D.Lgs. n. 626/1994 (oggi, art. 71 del D.Lgs. n. 81/2008) e, dall’altro, dall’art. 7 del D.Lgs. n. 626/1994 (oggi sostituito dall’art. 26 del D.Lgs. n. 81/2008). Com’è noto, il primo – recentemente modificato dall'art. 44 del D.Lgs. n. 106 del 2009 – sotto la rubrica “Obblighi del datore di lavoro” impone a quest’ultimo di mettere a disposizione dei propri dipendenti attrezzature adeguate al lavoro ed idonee a fini della sicurezza; il secondo – anch’esso recentemente modificato dall'art. 16 del D.Lgs. n. 106 del 2009 -, sotto la rubrica “Obblighi connessi ai contratti d'appalto o d'opera o di somministrazione”, impone al medesimo datore, in caso di affidamento in appalto, di fornire all’appaltatore le informazioni sulle misure di prevenzione e protezione adottate e di cooperare all’attuazione delle stesse e di coordinare gli interventi di protezione e prevenzione.

Orbene, evidenzia la Corte come – a prescindere dalla necessità di contestare quale autonomo profilo di colpa la violazione di tale ultima norma che impone una specifica regola cautelare in materia di obblighi connessi ai contratti di appalto – non può non ribadirsi il principio secondo cui il committente è corresponsabile con l'appaltatore o col direttore dei lavori, qualora l'evento si colleghi causalmente anche alla sua colposa azione od omissione. Detta corresponsabilità deve essere affermata sia quando egli abbia dato precise direttive o progetti da realizzare, e le une e gli altri siano già essi stessi fonte di pericolo, ovvero quando egli abbia commissionato o consentito l'inizio dei lavori, pur in presenza di situazioni di fatto parimenti pericolose.

Ed invero, precisa la Suprema Corte, il margine più o meno ampio di discrezionalità eventualmente conferito ai soggetti innanzi indicati (appaltatore e direttore dei lavori) non esclude di per sè la sua colpa concorrente sotto il profilo eziologico (Cass. pen., sez. III, n. 8134 del 21/07/1992, P.C. in proc. T., in Ced Cass. 191387; conf., sul punto: Cass. pen., sez. IV, n. 31450 del 20/08/2002, L. e altro, in Ced Cass. 222204).

Ne consegue, pertanto, a giudizio dei Supremi Giudici, che l’obbligo del datore di lavoro di mettere a disposizione dei lavoratori attrezzature adeguate al lavoro ed idonee ai fini della sicurezza, di assicurarsi che le stesse siano installate in conformità delle istruzioni del fabbricante, di verificarne il loro corretto utilizzo ed assicurarne un’idonea manutenzione (art. 71, D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81) deve essere coordinato con la norma che impone al datore di lavoro, in caso di affidamento di lavori ad imprese appaltatrici, l’obbligo di fornire a queste ultime, tra l’altro, informazioni sulle misure di prevenzione e protezione adottate, di cooperare all’attuazione delle medesime e di coordinare gli interventi di protezione e prevenzione (art. 26, D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81).

Cassazione penale, sez. IV, sentenza 22 novembre 2010, n. 41074

di Alessio Scarcella



Valutazione dello stress lavoro-correlato: indicazioni della Commissione Consultiva Permanente ( 13-12-2010)

Approvazione delle indicazioni sullo stress lavoro-correlato
La Commissione Consultiva Permanente per la salute e sicurezza sul lavoro ha approvato le indicazioni metodologiche per la valutazione dello stress lavoro-correlato (1).
I datori di lavoro che "hanno già effettuato la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato coerentemente ai contenuti dell’Accordo europeo dell’8 ottobre 2004 (così come recepito dall’Accordo Interconfederale del 9 giugno 2008) non debbono ripetere l’indagine ma sono unicamente tenuti all’aggiornamento della medesima nelle ipotesi previste dall’articolo 29, comma 3, del d.lgs. n. 81/2008", alla luce delle indicazioni della Commissione.
 

Aspetti generali delle indicazioni
Le indicazioni della Commissione sono il frutto di un ampio lavoro di confronto e dibattito, e contengono alcuni aspetti importanti da sottolineare:

  • la scadenza del 31 dicembre 2010 "deve essere intesa come data di avvio delle attività di valutazione ai sensi delle presenti indicazioni metodologiche. La programmazione temporale delle suddette  attività di valutazione e l’indicazione del termine finale di espletamento delle stesse devono essere riportate nel documento di valutazione dei rischi";
  • approccio della valutazione: il percorso valutativo è gestito direttamente dal datore di lavoro con il supporto dei soggetti aziendali della sicurezza (2). In questo modo è possibile migliorare la conoscenza del contesto e dell'organizzazione all'azienda, valorizzando il coinvolgimento di tutte le risorse interne;
  • procedura in 2 fasi: la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato si articola in una fase necessaria(fase preliminare) ed una fase approfondita eventuale che prevede la valutazione della percezione soggettiva dei lavoratori; in ogni impresa questa modalità è adattabile alla complessità dell’organizzazione aziendale (numero di lavoratori, caratteristiche della produzione, gestione del lavoro ecc.);
  • esperti esterni: la procedura non prevede come obbligatorio il ricorso a documenti specifici (3) o a consulenti esterni (es. esperti di organizzazione aziendale, psicologi del lavoro ecc.), lasciando all'impresa questa scelta.

Aspetti di dettaglio valutazione e della procedura in 2 fasi
In generale, la valutazione del rischio dal stress lavoro-correlato riguarda tutti i lavoratori (4) avendo, tuttavia, come riferimento non i singoli, ma gruppi omogenei di lavoratori.
Ogni datore di lavoro individua i gruppi omogenei a seconda della organizzazione aziendale (ad esempio, potrebbero essere i turnisti, i dipendenti di un settore determinato, chi svolge la stessa mansione, chi rientra in determinate partizioni organizzative presenti in azienda ecc.).
Il RSPP, il medico competente (se nominato) ed i responsabili aziendali (es. responsabile dell'ufficio del personale, della qualità ecc.) supportano il datore di lavoro nell’individuazione dei gruppi omogenei.

Nella progettazione degli interventi, le imprese indicano da subito il percorso metodologico e le tempistiche delle attività che intendono avviare; questa operazione permette di identificare meglio i fattori di rischio e di pianificare le misure di eliminazione o riduzione al minimo del rischio, quando la prima non è possibile.

Nello specifico, la procedura per la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato può essere schematizzata così:

  • valutazione preliminare (fase necessaria) che "consiste nella rilevazione di indicatori oggettivi e verificabili, ove possibile numericamente apprezzabili, appartenenti quanto meno a tre distinte famiglie":
    • eventi sentinella di presenza potenziale di stress lavoro-correlato (es. l’indice infortunistico, l’assenza per malattia, il turnover, i procedimenti disciplinari e le sanzioni, le segnalazioni del medico competente, le lamentele dei lavoratori ecc.);
    • fattori di contenuto del lavoro (es. l’ambiente di lavoro e le attrezzature, i carichi ed i ritmi di lavoro, i turni, la coerenza tra la competenza dei lavoratori ed i requisiti professionali richiesti ecc.);
    • fattori di contesto del lavoro (es. il ruolo del lavoratore nell’ambito dell’organizzazione, l’autonomia decisionale e di controllo, i conflitti interpersonali, l’evoluzione di carriera, la comunicazione ecc.) (5).

Le indicazioni della Commissione affermano che "in questa prima fase possono essere utilizzate liste di controllo applicabili anche dai soggetti aziendali della prevenzione che consentano una valutazione oggettiva, complessiva e, quando possibile, parametrica" dei fattori richiamati. Se dalla fase preliminare si riscontra l'assenza di elementi di rischio, il datore di lavoro deve darne conto nel documento di valutazione dei rischi, prevedendo un piano di monitoraggio;

  • valutazione approfondita (fase eventuale): se le misure correttive adottate in presenza di elementi di rischio non sono efficaci, questa fase si attiva nei tempi che la stessa impresa si dà.
    La valutazione approfondita fa riferimento solo ai gruppi omogenei di lavoratori per i quali sono stati rilevati i perduranti indicatori di stress e può essere svolta con differenti strumenti e modalità.
    Nelle imprese fino a 5 lavoratori, la Commissione ha previsto in una logica di semplificazione che il datore di lavoro può scegliere di organizzare riunioni, o altri strumenti per favorire il coinvolgimento diretto dei lavoratori nella ricerca delle soluzioni e nella verifica della loro efficacia.

Tabella di sintesi
La tabella riassume i passaggi principali del percorso.

Tabella di sintesi

Riferimenti e collegamenti
1. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - ''Indicazioni della Commissione consultiva per la valutazione dello stress lavoro-correlato (articoli 6, comma 8, lettera m-quater, e 28, comma 1-bis, d.lgs. n. 81/2008 e successive modificazioni e integrazioni)''. Il documento della Commissione Consultiva Permanente dà attuazione dell’Accordo europeo dell’8 ottobre 2004, richiamato dal D.Lgs. n. 81/2008 (art. 28) e recepito in Italia il 9 giugno 2008 dalle parti sociali.
2. La valutazione del rischio da stress lavoro correlato viene effettuata, nell’ambito della normale valutazione dei rischi, dal datore di lavoro avvalendosi del Servizio di Prevenzione e Protezione (SPP) con il coinvolgimento dei responsabili aziendali (es. responsabile dell'ufficio del personale, della qualità ecc.), del medico competente (se nominato) e del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS).
3. Assolombarda ha riportato alcuni strumenti utili per la valutazione del rischio da stress lavoro correlato (es. le linee di indirizzo volontarie della Regione Lombardia, il documento ISPESL ecc.) in una sua precedente circolare. Cfr. Informazione Assolombarda "Da sapere - Valutazione dello stress lavoro correlato: indicazioni generali sull'avvio del percorso valutativo" del 21 luglio 2010.
4. L'art. 2 del D.Lgs. n. 82/2008 contiene la definizione di lavoratore, che comprende anche dirigenti e preposti.
5. Rispetto alla rilevazione dei fattori di contesto e di contenuto (e non degli indicatori), il datore di lavoro deve coinvolgere i lavoratori e/o il RLS nelle modalità che ritiene opportune, per acquisire ulteriori elementi di valutazione e per una più completa ricognizione dei possibili fattori di stress; nelle aziende di maggiori dimensioni la consultazione può avvenire anche a campione.

a cura ASSOLOMBARDA



Sicurezza - Prevenzione infortuni - Esclusa la condotta abnorme del lavoratore in caso di mancato utilizzo dei dispositivi di protezione individuale ( 14-12-2010)

Interessante decisione della Corte di Cassazione sul tema del comportamento imprudente del lavoratore nell’eziologia dell’evento infortunistico; il Giudice di legittimità, dopo aver efficacemente ripercorso lo sviluppo storico – giuridico della rilevanza causale della condotta del lavoratore rispetto al verificarsi di un infortunio di cui egli stesso rimane vittima, giunge ad escludere che il mancato impiego dei d.p.i. fornitigli dal datore di lavoro esoneri quest’ultimo dalla posizione di garanzia (e dalla conseguente responsabilità) rispetto al bene salute e sicurezza.
 

Il caso

La vicenda che ha costituito l’occasione per la Corte di affrontare la questione, riguardava un infortunio sul lavoro purtroppo conclusosi con il decesso del lavoratore che vi era rimasto vittima. Gli imputati, il primo coordinatore per l’esecuzione dei lavori e, il secondo, amministratore della società appaltante i lavori, erano stati riconosciuti responsabili della morte di un operaio (dipendente della società subappaltatrice dei lavori, il cui titolare era stato assolto nella fase di merito) il quale, salito insieme ad un collega sul tetto di un edificio per eseguire dei lavori, era caduto nel vuoto decedendo sul colpo.

Gli addebiti mossi ai due imputati erano consistiti nell’aver omesso di predisporre sistemi di protezione idonei ad evitare il rischio di cadute e nell’aver omesso di vigilare sull’uso delle cinture di sicurezza a disposizione dei lavoratori.

Ambedue gli imputati, oltre a contestare i profili delle singole responsabilità individuali, avevano sostenuto che il ponteggio era presente nel cantiere, ma era stato parzialmente smontato perché i lavori erano in fase di ultimazione, e che erano state impartite disposizioni agli operai di utilizzare i mezzi di protezione individuali, in particolare le cinture di sicurezza, ma gli stessi avevano trasgredito – come il lavoratore deceduto – a queste disposizioni.

La decisione della Cassazione

La tesi sostenuta dalla difesa non ha convinto la Suprema Corte. Anzitutto, i giudici di Piazza Cavour hanno premesso che il dato non contestato era costituito dalla circostanza che i ponteggi, in precedenza sistemati per la protezione dei luoghi di lavoro in elevazione, erano stati rimossi e, in secondo luogo, che la giustificazione fornita dagli imputati (ovvero che i lavori fossero in fase di ultimazione) fosse irragionevole. Ed invero, poiché sul tetto dell’edificio dovevano essere eseguiti ancora alcuni lavori, v’era l’obbligo per gli imputati di evitare che le protezioni fisse fossero rimosse. Inoltre, aggiungono i giudici di legittimità, l’evento non poteva essere considerato riconducibile al solo mancato uso dello strumento di prevenzione individuale “comunque addebitabile a chi doveva far osservare l’obbligo ai lavoratori”, ma altresì alla scelta di smontare il mezzo di protezione fisso prima ancora che i lavori in altezza fossero terminati.

La regola cautelare violata, nel caso di specie, è stata ravvisata dalla Corte nel combinato disposto degli artt. 27 del d.P.R. n. 547 del 1995 (Protezione delle impalcature, delle passerelle e dei ripiani) e 16 del d.P.R. n. 164 del 1956 (Ponteggi ed opere provvisionali), ovvero di quelle norme previste per evitare le cadute dai posti di lavoro sopraelevati, oggi richiamate nel Capo II del Tit. IV del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81. Per quanto, poi, specificamente concerne il punto nodale della vicenda, ovvero la ravvisabilità di una esclusiva responsabilità penale del lavoratore nell’occorso, dovuta al mancato – e negligente – utilizzo della cintura di sicurezza nonostante fosse stato impartito l’ordine del loro impiego, a causa della rimozione dei ponteggi, la Corte Suprema perviene alla conclusione secondo cui tale condotta del lavoratore non esonera il datore di lavoro dalla sua posizione di garanzia e dai conseguenti obblighi di tutela dell’incolumità fisica dei lavoratori.

Sul punto, com’è noto, la questione è quella di riconoscere al comportamento imprudente del lavoratore la natura di “causa sopravenuta da sola sufficiente a determinare l’evento” che, ai sensi dell’art. 41, comma 2, c.p.p. determinando l’interruzione del nesso causale tra l’azione (o l’omissione) e l’evento, esclude che quest’ultimo possa essere ricondotto al fatto commissivo od omissivo, per quanto di interesse, posto in essere dal datore di lavoro. Il tema, assai delicato e battuto sia in dottrina che dalla giurisprudenza, sembra essere pervenuto ad un approdo sicuro: perché possa parlarsi di causa sopravenuta idonea ad escludere il rapporto di causalità (o la sua interruzione) si deve trattare di un percorso causale ricollegato all’azione (od omissione) dell’agente, ma completamente atipico, di carattere assolutamente anomalo ed eccezionale, ossia di un evento che non si verifica se non in casi del tutto imprevedibili a seguito della causa presupposta.

Facendo, quindi, coerente applicazione di questo principio al campo degli infortuni sul lavoro e, segnatamente, al comportamento del lavoratore, la Corte esclude che abbia dette caratteristiche di abnormità il comportamento, pur imprudente, del lavoratore che non esorbiti completamente dalle sue attribuzioni, nel segmento di lavoro attribuitogli, e mentre vengono utilizzati gli strumenti di lavoro ai quali è addetto.

Ed infatti, aggiunge il Supremo Collegio, anche ammesso che la condotta del lavoratore sia stata contraria ad una norma di prevenzione, ciò non sarebbe sufficiente a ritenere la sua condotta connotata da abnormità, essendo finalizzata l’osservanza delle misure di prevenzione anche a prevenire errori e violazioni da parte del lavoratore.

In precedenza, sullo stesso argomento, si è considerato abnorme “il comportamento imprudente del lavoratore che sia consistito in qualcosa radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro” (Cass. pen., sez. IV, n. 7267 del 23/02/2010, I. e altri, in Ced Cass. 246695), precisandosi peraltro, in ogni caso, che “nell'ipotesi di infortunio sul lavoro originato dall'assenza o inidoneità delle misure di prevenzione, nessuna efficacia causale, per escludere la responsabilità del datore di lavoro, può essere attribuita al comportamento del lavoratore infortunato, che abbia dato occasione all'evento, quando questo sia da ricondurre, comunque, alla mancanza o insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio di siffatto comportamento” (Cass. pen., Sez. IV, n. 38877 del 21/10/2005, P.C. in proc. F., in Ced Cass. 232421).

Detti principi di diritto sono stato, quindi, ritenuti applicabile al caso in esame. Non poteva, infatti, considerarsi abnorme la condotta dell’operaio deceduto, in quanto è “del tutto prevedibile, e avviene purtroppo frequentemente, che un lavoratore non utilizzi i mezzi di protezione individuale per le più svariate ragioni”, sicchè sussiste per il datore di lavoro l’obbligo di osservare le cautele ulteriori che possono consentire di ovviare alle disattenzioni e anche alle volontarie omissioni del lavoratore imprudente.

Cassazione penale, sez. IV, sentenza 22 novembre 2010, n. 41051

di Alessio Scarcella



Quale è la ripartizione degli obblighi di sicurezza tra somministratore e utilizzatore ( 14-12-2010)

Risposta a cura della Direzione Generale: Ministero del lavoro

La disciplina applicabile nella fattispecie in esame è quella di cui all’articolo 23, comma 5 del decreto legislativo n. 276 del 2003, che disciplina appunto la ripartizione degli obblighi di sicurezza tra somministratore e utilizzatore.

Ai sensi della norma citata, il somministratore, così come individuato dal comma 1 dell’art.20 del d. lgs. 276 del 2003, è tenuto ad informare i lavoratori sui rischi per la sicurezza e salute connessi con le attività produttive in generale, a formare e addestrare i medesimi all’uso delle attrezzature di lavoro necessarie allo svolgimento della attività lavorativa per la quale essi vengono assunti, in conformità della normativa di cui al decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, salva diversa previsione del contratto di somministrazione,
che può porre tali obblighi a carico dell’utilizzatore.

La norma viene altresì richiamata dall’articolo 3, comma 5, del D.Lgs. n. 81/2008, il quale dispone che, fermo restando quanto specificamente previsto dal comma 5 dell’articolo 23 del D.Lgs. 276/2003, tutti gli obblighi di prevenzione e protezione sono a carico dell’utilizzatore.


Quali sono gli obblighi di sicurezza che gravano sull’impresa familiare ai sensi dell’art.21 del D.Lgs. 81/2008? ( 14-12-2010)

Risposta a cura della Direzione Generale: Ministero del lavoro

A riscontro del quesito proposto, va preliminarmente osservato che l’art. 230-bis del codice civile, introdotto dalla riforma del diritto di famiglia (legge n. 151/1975), configura l’impresa familiare come l’attività economica alla quale collaborano, in modo continuativo, il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo, qualora non sia configurabile un diverso rapporto.

La configurazione di tale impresa ha, dunque, carattere residuale atteso che sussiste soltanto quando le parti (i familiari) non abbiano inteso dar vita ad un diverso qualificato rapporto (società di fatto, rapporto di lavoro subordinato, ecc.).

All’impresa familiare si applicherà quanto previsto dall’art. 21 del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 e successive modifiche o integrazioni, anche noto come “Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”, mentre laddove i componenti dell’impresa assumano la veste di lavoratori, così come definiti dall’art. 2, comma 1, lett. a) del T.U., con un vero e proprio rapporto di subordinazione, al titolare dell’impresa familiare, nella sua qualità di datore di lavoro e garante rispetto agli altri componenti, faranno capo gli obblighi di adottare tutte le misure di tutela della salute e sicurezza sul lavoro di cui al T.U. fra i quali l’obbligo della valutazione dei rischi, della redazione del documento di valutazione dei rischi o dell’autocertificazione, della nomina del medico competente, della formazione ed informazione dei componenti, della sorveglianza sanitaria, ecc.
In tali ipotesi, non si configura disparità alcuna di trattamento atteso che nel caso di impresa familiare il titolare della stessa non verrà ad assumere la veste di datore di lavoro e, pertanto, non soggiacerà a tutti gli obblighi previsti dal T.U. in materia.


Sicurezza - Appalti interni - DURC ( 14-12-2010)


Dal 1° gennaio 2011 cambia la procedura DURC per le imprese senza operai

La CNCE avverte che il rilascio del DURC imprese senza operai dal 1° gennaio 2011 avverrà secondo una diversa procedura.

Per il rilascio dei DURC relativo ad imprese edili che dichiarano di avere soltanto dipendenti impiegati la CNCE, al ricevimento della richiesta, inoltrerà la stessa alla competente Cassa Edile costituita ai sensi del CCNL per le industrie edili qualora questa sia l'unica Cassa presente sul territorio.

Nei casi di presenza di più Casse Edili o Edilcasse, invece, la CNCE provvederà ad inviare alle stesse una mail informativa della richiesta DURC pervenuta alla Commissione. Le Casse Edili potranno richiedere per competenza l'inoltro della pratica, utilizzando l'attuale modulistica, entro 10 giorni dalla predetta mail.

La CNCE, qualora non pervenga alcuna richiesta nei termini prefissati, provvederà ad inoltrare la pratica alla competente Cassa Edile costituita ai sensi del CCNL industria.



SICUREZZA SUL LAVORO: LA BONIFICA DEGLI ORDIGNI BELLICI ( 14-12-2010)


Le Commissioni riunite XI Lavoro e XII Affari sociali, in sede di Comitato ristretto, hanno esaminato nella seduta del 17 novembre scorso le Modifiche al decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, in materia di sicurezza sul lavoro per la bonifica degli ordigni bellici inesplosi.

 

La proposta di legge è accompagnata da una relazione introduttiva in cui viene sollevato il problema della ingente quantità di ordigni bellici inesplosi disseminati su tutto il territorio nazionale, ritrovati durante attività di scavo. Questo rende le attività di bonifica imprescindibile, anche sotto il profilo della tutela e garanzia dei lavoratori di cantieri temporanei dal rischio di esplosione dovuta ad accidentale attivazione dei residuati bellici.

 

La normativa vigente sulla salute e sicurezza sul lavoro, il T.U. 81/2008, non contempla specificamente una valutazione di rischio nelle aree oggetto di attività di scavo, anche se l’onere derivante dalla bonifica degli ordigni bellici risulta già previsto nella realizzazione delle opere pubbliche. Viene dunque ravvisata la necessità di inquadrare tali interventi nell’ambito di un’azione volta ad assicurare una sempre maggiore sicurezza sui cantieri, intervenendo quindi nel campo applicativo legislativo del Testo Unico.

 

La proposta di legge si pone quindi l’obiettivo di regolare tutto ciò intervenendo sugli articoli 28, 91, 100, 104, nonché sugli allegati XI e XV, del decreto legislativo n.81 del 2008.



MALATTIE PROFESSIONALI E INFORTUNI SUL LAVORO: I LAVORATORI MARITTIMI ( 14-12-2010)


Nel nuovo rapporto sulla pesca realizzato grazie alla collaborazione tra Inail e l’ex Ipsema, cofinanziato nell’ambito del progetto ‘Cime’ dal Ministero del Lavoro, viene tracciata una fotografia dei lavoratori del mare con una particolare attenzione alle loro condizioni di salute e in particolare alla predisposizione verso malattie legate al loro particolare ambiente di lavoro.

 

Dal rapporto risulta che le patologie più frequenti per questi lavoratori sono di tipo reumatico, facilmente correlabile con il lavoro che li porta per lunghi periodi a lavorare in mare o comunque nei porti. Soffre infatti di queste patologie circa il 59 per cento dei lavoratori del settore.

 

Assai meno frequenti sono invece le patologie di tipo osteoarticolare, che riguardano solo il 14 per cento degli addetti, e quelle di tipo infettivo che interessano appena il 9 per cento dei lavoratori marittimi e questo nonostante un consumo frequente di pesce crudo, che potrebbe invece esporre a germi e batteri pericolosi per la salute.

 

L’indagine ha avuto il suo porto di partenza a Mazara del Vallo nel 2008 per poi estendersi negli altri scali marittimi italiani. I dati emersi da questa ricerca mostrano che dal 2008 ad oggi nel settore marittimo c’è stato un calo degli infortuni, all’incirca del 6 per cento, ma che questo non vale per gli addetti alla sottocategoria della pesca che invece fanno registrare un trend di infortuni in crescita addirittura superiore al 16 per cento.



In aziende con obbligo di servizio di prevenzione e protezione interno, quali sono le figure e gli obblighi? ( 15-12-2010)

Risposta a cura della Direzione Generale: Ministero del lavoro

Nella trattazione della fattispecie in esame è opportuno, in via preliminare, individuare l’esatto significato da attribuire al termine Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione “interno” di cui all’art. 31, comma 7, del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 e s.m.i.

Al riguardo è possibile ipotizzare che il legislatore abbia inteso riferirsi al fatto che i componenti del servizio di prevenzione e protezione, compreso il RSPP, devono far parte obbligatoriamente dell'organico interno all'azienda (a prescindere dalla tipologia del contratto di lavoro, e, quindi, ad esempio, anche con forme di collaborazione a progetto)
ovvero essere necessariamente legati al datore di lavoro da un vincolo di subordinazione continuativa.

 
Un’interpretazione logica e non meramente formale della norma in esame porta a propendere per la prima soluzione, atteso che il D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 non si riferisce
in maniera esplicita ai dipendenti dell’azienda.

Premesso che, in generale, i compiti facenti capo al RSPP richiedono una presenza assidua ed un’azione continua e tenuto, inoltre, conto della peculiare natura nonché
dell’entità delle attività di settore svolte dalle aziende per le quali è prevista l’istituzione di un SPP interno, appare plausibile ritenere che il datore di lavoro possa procedere alla
sostituzione temporanea della RSPP in “astensione obbligatoria o facoltativa per maternità”, ai sensi dell’art. 4 del D. Lgs. n. 151/2001.

A tal scopo il datore di lavoro potrà ricorrere, mediante contratto a termine (ad es. di somministrazione), ad un “sostituto interno” e solo ove ciò non sia possibile (per
mancanza di personale interno che abbia i requisiti di professionalità e di esperienza richiesti dall’art. 32 del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81), potrà fare ricorso ad un “sostituto
esterno”, così come previsto dall’art. 31, comma 3, ad integrazione dell’azione di prevenzione e protezione del servizio.


Quali sono i requisiti professionali necessari allo svolgimento delle funzioni di Responsabile del servizio di prevenzione e protezione ai sensi dell’art.32, comma 5 del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.? ( 15-12-2010)

Risposta a cura della Direzione Generale: Ministero del lavoro

A riscontro del quesito proposto, premesso che la materia della formazione non rientra fra le competenze primarie di questa Direzione Generale per essere più propriamente attinente all’ambito delle competenze delle Regioni e delle Province Autonome, si forniscono le seguenti precisazioni, le quali costituiscono unicamente le osservazioni dello scrivente ufficio non rappresentando il parere ufficiale del soggetto istituzionalmente competente.

In relazione ai corsi la cui frequenza è necessaria per svolgere il ruolo di responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP), si ricorda che il comma 5 dell’art. 32 del D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 e successive modifiche o integrazioni, anche noto come “Testo unico di salute e sicurezza sul lavoro” prevede che il possesso di laurea in una delle classi in esso indicate esonera dalla frequenza dei corsi di formazione di cui al comma 2, primo periodo, dell’articolo in esame.

Per inciso, le classi di laurea richiamate dal "Testo unico" e presenti nel decreto 16 marzo 2007 (in GU n. 155 del 6/7/2007, S.O. n. 153) corrispondono a classi di laurea triennale. In particolare:

L7 ingegneria civile e ambientale
L8 ingegneria dell’informazione
L9 ingegneria industriale
L17 scienze dell’architettura
L23 scienze e tecniche dell’edilizia

Lo stesso decreto 16 marzo 2007 individua poi le classi di laurea magistrale che non sono esplicitamente richiamate dal decreto n. 81/2008 il quale richiama invece le classi di laurea identificate dal decreto 4 agosto 2000, quali:
classe 4 classe delle lauree in scienze dell’architettura e dell’ingegneria edile

classe 8 classe delle lauree in ingegneria civile e ambientale
classe 9 classe delle lauree in ingegneria dell’informazione
classe 10 classe delle lauree in ingegneria industriale

Il possesso di una delle lauree menzionate, dunque, consente l’esonero dai moduli “A” e “B” del corso per RSPP restando, pertanto, obbligatoria la frequenza del modulo “C” secondo quanto previsto dall’accordo sancito il 26 gennaio 2006 in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano, pubblicato nella G.U. n. 37 del 14 febbraio 2006, e successive modificazioni.

Tale corso avrà ad oggetto la prevenzione e protezione dai rischi, anche di natura ergonomica e da stress lavoro-correlato (di cui all’art. 28, comma 1, del Testo unico), di organizzazione in azienda e di relazioni sindacali.

Giova ricordare, infine, che i responsabili e gli addetti al servizio di prevenzione e protezione sono tenuti, ai sensi del comma 6 dello stesso art. 32, a frequentare, con cadenza quinquennale, corsi di aggiornamento secondo gli indirizzi definiti nell’accordo su menzionato.


Quali sono gli obblighi di formazione per il datore di lavoro che svolga direttamente i compiti del servizio di prevenzione e protezione e di primo soccorso? ( 15-12-2010)

Risposta a cura della Direzione Generale del Ministero del lavoro

La formazione dei datori di lavoro che svolgono direttamente i compiti propri del servizio di prevenzione e protezione e di primo soccorso, nonché di prevenzione incendi ed
evacuazione, è regolata dall’art. 34 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, e successive modifiche e integrazioni.

L’art. 34, nella sua formulazione precedente alle integrazioni introdotte dal decreto legislativo 3 agosto 2009, n.106, prevedeva già la possibilità, per il datore di lavoro, salvo
che nei casi di cui all’articolo 31, comma 6, di svolgere direttamente i compiti di prevenzione e protezione dai rischi, di primo soccorso, nonché di prevenzione incendi e di evacuazione nelle ipotesi previste nell’allegato II.
L’espletamento di tali compiti deve essere preceduto dalla frequentazione dei corsi di formazione di cui al comma 2, di durata minima di 16 ore e massima di 48 ore, adeguati alla
natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attività lavorative, nel rispetto dei contenuti e delle articolazioni definiti, mediante accordo, in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le province autonome di Trento e Bolzano.

Il Ministero dell’Interno, con decreto ministeriale 10 marzo 1998, contenente “Criteri generali di sicurezza antincendio e per la gestione dell’emergenza nei luoghi di lavoro”, ha
stabilito, con riferimento alla formazione degli addetti alla prevenzione incendi, lotta antincendio e gestione dell’emergenza, che gli stessi devono frequentare i corsi di
formazione previsti nell’allegato IX del decreto medesimo il quale, a sua volta, ha articolato la durata dei corsi medesimi a seconda che l’attività lavorativa fosse classificata a rischio di incendio basso, medio o elevato.

Secondo quanto chiarito dallo stesso Ministero dell’Interno con circolare 8 luglio 1998, n. 16, dalla data di entrata in vigore del decreto ministeriale sopra citato, i corsi di formazione di cui all’art. 34 comma 2, per la parte attinente alla sicurezza antincendio, devono recepire i
contenuti di cui all’allegato IX.

Ad analoghe conclusioni si deve pervenire per quanto riguarda la formazione in materia di primo soccorso, i cui contenuti sono previsti dal decreto 15 luglio 2003 n. 388, contenente “Regolamento recante disposizioni sul pronto soccorso aziendale, in attuazione dell’articolo
15, comma 3, del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e successive modificazioni”.

Pertanto – sebbene non siano mancati avvisi di segno opposto - secondo l’interpretazione che risulta più aderente alla formulazione letterale della norma dettata
dall’art. 34, commi 1 e 2, e pertanto rispondente al principio di certezza del diritto, i corsi di cui al comma 2 dell’articolo citato abilitano il datore di lavoro – nei casi e con i limiti previsti - allo svolgimento diretto dei compiti del SPP, nonché di primo soccorso, di prevenzione incendi e di evacuazione.
Tanto risulta a maggior ragione dalla previsione oggi contenuta dal comma 1-bis del citato articolo 34, introdotto dal decreto legislativo 3 agosto 2009, n.106, il quale prevede
che nelle aziende che occupano fino a cinque dipendenti, anche nel caso di affidamento dell’ incarico di responsabile del servizio di prevenzione e protezione a persone interne
all’azienda o all’unità produttiva o a servizi esterni così come previsto dall’articolo 31, il datore di lavoro - salvo che nei casi di cui all’art. 31, comma 6, - possa svolgere direttamente i compiti di primo soccorso nonché di prevenzione incendi, dandone preventiva informazione ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e alle condizioni di cui al successivo comma 2-bis, e cioè dopo aver frequentato gli specifici corsi di formazione previsti dagli articoli 45 e 46.

Tale previsione normativa offre al datore di lavoro di aziende che occupano fino a cinque dipendenti e che non sia anche responsabile del SPP – e quindi non abbia frequentato i
corsi di cui al comma 2 che lo abilitano allo svolgimento di tutti i compiti di cui al comma 1 dello stesso articolo – di svolgere direttamente i compiti di primo soccorso, nonché
prevenzione incendi e di evacuazione, dopo aver frequentato gli specifici corsi di formazione previsti dagli articoli 45 e 46.


Sicurezza - Appalti interni ( 15-12-2010)

Responsabilità dell’appaltante per violazione degli obblighi imposti circa l’uso delle attrezzature di lavoro fornite all’appaltatore

L’obbligo del datore di lavoro di mettere a disposizione dei lavoratori attrezzature adeguate al lavoro ed idonee ai fini della sicurezza, di assicurarsi che le stesse siano installate in conformità delle istruzioni del fabbricante, di verificarne il loro corretto utilizzo ed assicurarne un’idonea manutenzione (art. 71, D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81) deve essere coordinato con la norma che impone al datore di lavoro, in caso di affidamento di lavori ad imprese appaltatrici, l’obbligo di fornire a queste ultime, tra l’altro, informazioni sulle misure di prevenzione e protezione adottate, di cooperare all’attuazione delle medesime e di coordinare gli interventi di protezione e prevenzione (art. 26, D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81).

Cassazione penale, sez. IV, sentenza 22 novembre 2010, n. 41074


SICUREZZA SUL LAVORO: VIDEOTERMINALISTI E DANNI DA STRESS LAVORO CORRELATO ( 15-12-2010)


Secondo il Tar del Lazio non può essere accolta la domanda di risarcimento per danno alla salute derivante da stress nell’espletamento della propria mansione lavorativa davanti al computer per più di 4 ore qualora sia carente la dimostrazione del pregiudizio subito, ed in assenza anche di un qualsiasi principio di prova.
La pronuncia, risponde alle richieste di alcuni dipendenti pubblici in merito all'accertamento del diritto ai danni da stress lavoro correlato subiti per l'esposizione ai videoterminali.


Oltre a lamentare un’esposizione diretta e continua, comunque superiore alle quattro ore al giorno, ad onde elettromagnetiche in grado di produrre danni irreversibili sulla vista e sul sistema nervoso, provocando alterazioni anche psicosomatiche, i dipendenti lamentavano anche un danno alla salute derivante da stress lavoro correlato allegando a riguardo circolari, studi ed opuscoli relativi alle problematiche e alle conseguenze dell'esposizione ai video terminali.


I giudici hanno comunque ritenuto il materiale presentato non sufficiente a provare il danno che ciascun ricorrente possa avere tratto dalla esposizione a videoterminali e PC. Secondo il Tar del Lazio infatti la prova richiede anzitutto la dimostrazione del nesso di causa fra evento e danno e dell'elemento soggettivo volto a ledere, presente in chi avrebbe prodotto il danno.



SICUREZZA SUL LAVORO: I LAVORI SULLE COPERTURE ( 15-12-2010)


Un documento finalizzato alla prevenzione degli incidenti nei lavori in quota presenta una panoramica sulla situazione normativa con particolare riferimento al D.Lgs. 81/2008, alla legge regionale veneta, ai sistemi anticaduta e alla norma UNI EN 795:2002 in merito agli adeguamenti necessari per le particolari attività su coperture.

Il documento è il risultato del seminario informativo “La sicurezza nei lavori sulle coperture”, un seminario che si è tenuto a Rovigo il 30 Aprile 2009.

L’obiettivo del seminario era di presentare una panoramica sulla situazione normativa attuale in merito agli adeguamenti necessari per le particolari attività su coperture.

In particolare l’intervento “ Sicurezza in quota: dalla normativa alla pratica”, a cura del Dr. Isidoro Ruocco (Trentino Sicurezza) ha passato in rassegna la normativa nazionale di riferimento con particolare riferimento al Decreto legislativo 81/2008 e alla normativa regionale vigente. Si è soffermato poi sui principi per la messa in sicurezza delle coperture e sulla norma UNI-EN 795:2002.

Riguardo al D.Lgs. 81/2008 vengono riportati alcuni articoli del Capo II del Titolo IV (Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro nelle costruzioni e nei lavori in quota) con particolare riferimento al campo di applicazione del dettato normativo e agli obblighi del datore di lavoro.


SICUREZZA SUL LAVORO: I SISTEMI DI SOLLEVAMENTO SUI PONTEGGI ( 15-12-2010)


Con la sentenza n. 38700 del 3 novembre 2010 la Cassazione si è espressa sulla idoneità di una operazione molto diffusa nei cantieri temporanei o mobili e cioè quella di sollevare i componenti di un ponteggio a mezzo di carrucola a mano e fune munita di gancio.

Questa operazione deve essere svolta garantendo l’impossibilità dello sganciamento del carico e la caduta dello stesso sui lavoratori i quali, comunque, devono in ogni caso far uso del necessario dispositivo di protezione individuale consistente nell’elmetto (casco) di protezione.

Secondo la Suprema Corte infatti il datore di lavoro è responsabile in merito allo stato di sicurezza dei dispositivi ed è pertanto tenuto ad assicurarsi che il sistema di sollevamento con carrucola a mano sia idoneo al fine di evitare un possibile sganciamento con conseguente caduta del carico sui lavoratori.


VALUTAZIONE E PREVENZIONE DEI RISCHI: LE POLVERI DA ALLUMINIO ( 15-12-2010)


In relazione ai recenti gravi incidenti di lavoro e all’attenzione mediatica verso i luoghi di lavoro a rischio di esplosione, è utile soffermarsi su particolari ambienti di lavoro con rischio di esplosione da polvere in modo particolare su quella tipologia di aziende che svolgono attività di finitura di manufatti in alluminio e sue leghe.
Grazie al documento intitolato “Esplosioni da polveri nei processi di finitura di manufatti in alluminio e leghe nella realtà produttiva ASL 14 VCO: analisi del rischio e misure di prevenzione” prodotto dallo SPreSAL dell’ ASL 14 VCO della Regione Piemonte in collaborazione con il Politecnico di Torino e pubblicato sul sito del Gruppo di Lavoro per Ambienti a Rischio di Esplosione – è stato svolto un “primo e significativo intervento di prevenzione consistente nel mettere a disposizione degli attori della prevenzione aziendale un utile manuale di consultazione partendo da una puntuale analisi della realtà produttiva”.

Il documento ricorda che l’alluminio, qualora si trovi finemente suddiviso, brucia con facilità. Infatti è “generalmente riconosciuto che il rischio d’esplosione per le polveri d’alluminio è estremamente elevato soprattutto se le dimensioni delle particelle sono molto piccole, perché in questo caso l’energia minima d’innesco è molto ridotta”.

Per ridurre il rischio di esplosione è dunque necessario adottare misure di prevenzione e protezione “in modo da prevenire la formazione di atmosfere esplosive, evitare l’ignizione delle stesse a seguito di una loro eventuale formazione e, nel caso di fallimento delle precedenti misure, attenuare i danni dell’esplosione”.
 
Il documento ricorda infatti che, nonostante si applichino le misure di prevenzione per ridurre la probabilità di esplosioni, “è ugualmente necessario applicare le appropriate misure di protezione come la separazione degli impianti, il contenimento, la soppressione e lo sfogo dell'esplosione, perché in alcune operazioni è impossibile escludere l'eventualità di un'esplosione”.


Ambiente - Clima ed energia - INCENTIVI AL SUD ( 16-12-2010)

Nuove misure per le imprese che investono nelle energie rinnovabili al Sud

Dall’inizio di dicembre un nuovo strumento si affianca a quelli già operativi e messi in campo dal Governo a sostegno delle attività imprenditoriali e della competitività delle imprese. Sarà Invitalia, l'Agenzia nazionale per l'attrazione di investimenti e lo sviluppo d'impresa il soggetto gestore delle agevolazioni previste dai 3 nuovi decreti del Ministero dello Sviluppo Economico, del 6 agosto 2010 e rivolti alle imprese che intendano effettuare investimenti produttivi nei settori della ricerca, dell'innovazione e delle energie rinnovabili.

Dall’inizio di dicembre un nuovo strumento si affianca a quelli già operativi e messi in campo dal Governo a sostegno delle attività imprenditoriali e della competitività delle imprese. Sarà Invitalia, l'Agenzia nazionale per l'attrazione di investimenti e lo sviluppo d'impresa il soggetto gestore delle agevolazioni previste dai tre nuovi decreti del Ministero dello Sviluppo Economico, firmati lo scorso 6 agosto e rivolti alle imprese che intendano effettuare investimenti produttivi nei settori della ricerca, dell'innovazione e delle energie rinnovabili.

Le tre nuove misure si rivolgono a imprese piccole, medie e grandi che decidano di localizzare i loro piani di investimento nelle 4 regioni dell'obiettivo Convergenza (Sicilia, Campania, Puglia e Calabria) e che, come previsto dal Decreto, a partire dal 9 dicembre 2010 potranno presentare domanda di agevolazione per programmi di investimento che puntino a sostenere l'industrializzazione dei programmi di ricerca, l'utilizzo di tecnologie innovative, la tutela ambientale e il risparmio energetico.

Potranno essere presentati progetti che abbiano un importo di spesa compreso tra 1,5 e 25 milioni di euro e riguardino la realizzazione di nuove unità produttive, l'ampliamento di quelle già esistenti, la diversificazione della produzione (in nuovi prodotti o servizi aggiuntivi) o il cambiamento fondamentale dei processi di produzione.

Gli incentivi a disposizione, in tutto 500 milioni di euro, provengono da risorse comunitarie della programmazione 2007-2013. In particolare, le risorse del bando sugli Investimenti Energetici sono a valere sul POI Efficienza Energetica, mentre quelle dei bandi Industrializzazione e altri obiettivi sono a valere sul PON Ricerca e Competitività.

I beneficiari potranno contare su contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati, nel rispetto delle percentuali massime fissate dalla Carta italiana degli aiuti a finalità regionale 2007-2013, e dovranno offrire idonee garanzie ipotecarie e/o bancarie e apportare mezzi finanziari propri pari al 25% dell’investimento.

Invitalia curerà, per conto del Ministero dello Sviluppo Economico, tutti gli adempimenti tecnici e amministrativi riguardanti l’istruttoria delle domande e l’erogazione delle agevolazioni.

Le domande dovranno essere presentate per via telematica attraverso il sito www.sviluppoeconomico.gov.it e saranno esaminate da Invitalia in base all’ordine cronologico di presentazione.



Sicurezza - Organizzazione e soggetti obbligati ( 16-12-2010)

Responsabilità penale del datore di lavoro che non informa adeguatamente il lavoratore sui rischi specifici legati all'utilizzo di un prodotto chimico

Il debito di sicurezza cui è tenuto il datore nei confronti del lavoratori prevede, tra l’altro, l’obbligo di informare i dipendente dei rischi per la salute e la sicurezza in relazione all’attività svolta nell’impresa e di adeguata formazione in materia di sicurezza.

Cassazione penale, Sentenza 27 settembre 2010, n. 34771


INFORTUNI SUL LAVORO: LA RISTORAZIONE E I SERVIZI ( 16-12-2010)


Gli infortuni non sono un evento che riguarda solo chi lavora sulla strada o nei cantieri.

 

Come dimostrano i fatti si fanno male anche i commessi, i ristoratori, i camerieri e come loro sono soggetti al rischio tutti coloro che lavorano nei servizi.

 

Da un rapporto dalla UILTuCS Liguria, cioè il ramo del sindacato che rappresenta il settore turismo-commercio-servizi, risulta che in due anni gli infortuni sono stati quasi 3.0000 e di questi circa 500, cioè uno su sei, sono stati gravi.

 

I dati si riferiscono al biennio 2008/2009 e dagli stessi emerge che nel commercio al dettaglio ci sono in Liguria circa 39.000 lavoratori. Gli infortuni che si sono verificati nel biennio sono più di 1000 di cui 220 gravi.

 

Il commercio all’ingrosso fa invece registrare circa 22mila addetti e tra questi ci sono stati 600 infortuni, di cui 70 molto gravi.

 

Nel settore alberghiero e della ristorazione, che nella regione conta circa 25mila addetti, gli infortuni sono stati 1.050 e tra questi 190 gravi.

 

Secondo il segretario generale della UILTuCS, Liguria Riccardo Serri servirebbe più attenzione anche tra queste categorie, dove l’infortunio viene meno considerato, tanto per i costi sociali quanto per gli effetti economici che devono sopportare le aziende di fronte ad un lavoratore che subisce un infortunio. Serri ha inoltre fatto notare che “La Liguria è tra quelle poche regioni che ha siglato degli accordi con le aziende del settore per istituire i rappresentanti per la sicurezza”.

 

Anche il segretario nazionale della sigla sindacale, Gabriele Fiorino punta sull’importanza della bilateralità, cioè del dialogo tra lavoratori e aziende affinché ci si prenda cura insieme di mettere in atto tutte le misure necessario per la sicurezza e la tutela della salute sul lavoro.



INAIL: LA NUOVA PROCEDURA ON-LINE PER LE AGEVOLAZIONI ( 16-12-2010)


L’Inail ha avviato dal 10 dicembre la nuova procedura online per i nuovi incentivi alle imprese che realizzano progetti di investimento, di formazione e adottano modelli organizzativi e di responsabilità sociale, finalizzati al miglioramento dei livelli di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Sono a disposizione 60 milioni di euro, ripartiti in budget regionali.

 

Nella sezione PUNTO CLIENTE del sito www.inail.it, le imprese avranno a disposizione una procedura informatica che consentirà, attraverso la semplice compilazione di campi obbligati, di verificare la possibilità di presentare la domanda di contributo.

 

Per presentare la domanda, a partire dal 12 gennaio 2011 è necessario il possesso dei requisiti di ammissibilità, il raggiungimento di un punteggio soglia (fra i parametri, dimensione aziendale, rischiosità dell’attività di impresa, numero di destinatari, finalità, efficacia dell’intervento, con un bonus in caso di collaborazione con le Parti sociali).

 

La chiusura delle richieste è fissata per il 14 febbraio 2011, ma potrebbe essere anticipata in caso di esaurimento dei fondi disponibili.

 

In caso di ammissione all’incentivo, l’impresa avrà un termine massimo di un anno per realizzare e rendicontare il progetto.

 

Entro 60 giorni dalla rendicontazione, in caso di esito positivo delle verifiche, il contributo verrà erogato.

 



IL MEDICO COMPETENTE: RUOLO PROFESSIONALE E AUTONOMIA ( 16-12-2010)


Il medico competente, a prescindere dalla natura del suo rapporto contrattuale di dipendenza, di convenzione o altro, può ritrovarsi a operare all'interno di organizzazioni complesse, enti pubblici o privati, in cui è tenuto a rapportarsi non solo con le principali figure della prevenzione, previste dalla nota normativa, ma talvolta anche con altri uffici o settori, con impiegati, funzionari o dirigenti che svolgono funzioni aziendali cruciali e che per tale motivi possono intrattenere, sempre da un punto di vista funzionale e non gerarchico, rapporti diretti o indiretti con lo stesso professionista.

In questi contesti, focalizzare il corretto ruolo aziendale e garantire la necessaria autonomia del medico competente assume un’importanza rilevante.

Tale concetto è, peraltro, ricordato e ben puntualizzato nel D.Lgs 81/2008, al comma 4 dell'art. 39 (“Il datore di lavoro assicura al medico competente le condizioni necessarie per lo svolgimento di tutti i suoi compiti garantendone l’autonomia.
In tale contesto viene esplicitamente evidenziato anche il requisito fondamentale della indipendenza - in particolare intellettuale - del medico competente quale garanzia della tutela del benessere psico-fisico dei lavoratori.
 
Ai sensi del D.lgs 81/08 e s.m.i., lo stesso datore di lavoro si configura come soggetto garante dell’autonomia del medico competente.

Ribadire tale assunto appare quanto mai necessario viste le numerose problematiche riportate dai medici competenti nell’esercizio della propria attività in strutture aziendali complesse, laddove con una certa frequenza può verificarsi tra datore di lavoro e medico competente l’interposizione di soggetti aziendali di varia natura, condizione che purtroppo conduce inequivocabilmente al risultato di bloccare quei canali informativi e collaborativi diretti fra le due figure richiesti dalla normativa vigente.
In tal modo si viene a determinare, nei fatti, una condizione di subordinazione – talora anche gerarchica – tra i ruoli di “medico competente”, professionista diretto consulente del datore di lavoro, e “responsabile del servizio di prevenzione e protezione”, soggetto che collabora e risponde al datore di lavoro, utilizzato dal datore di lavoro e che dirige il servizio di prevenzione e protezione.
Tale condizione è palesemente illegittima, alla luce degli obblighi specifici (penalmente sanzionati nel caso di inadempienza) attribuiti dalla legge al medico competente e, altresì, dei compiti specifici di cui invece il responsabile del servizio di prevenzione e protezione è titolare.

Pertanto, in termini operativi, al fine di facilitarne l’accessibilità e le attività consultive, il medico competente, soprattutto quando titolare di un rapporto di dipendenza con il datore di lavoro che lo ha nominato, deve essere inquadrato nell’ambito dell’organigramma aziendale all’interno di una struttura operativa autonoma, che può essere variamente definita come Ufficio del Medico Competente o, forse meglio, Servizio Sanitario Aziendale per renderla facilmente identificabile da parte di tutti i soggetti aziendali.

La collocazione della struttura, così come più volte indicato in letteratura, deve rispecchiare, oltre all’attributo fondamentale dell’autonomia, anche il ruolo di diretto collaboratore del datore di lavoro, esplicitamente sottolineato negli articoli 2 (c. 1, lettera h: “medico competente: medico (…) che collabora, secondo quanto previsto all’articolo 29, comma 1, con il datore di lavoro ai fini della valutazione dei rischi ed è nominato dallo stesso per effettuare la sorveglianza sanitaria e per tutti gli altri compiti di cui al presente decreto (...)”) e art. 25 comma 1 lettera a ([Il medico competente] “collabora con il datore di lavoro e con il servizio di prevenzione e protezione”).


SICUREZZA SUL LAVORO: I PONTEGGI ( 17-12-2010)


Sul sito www.prevenzionecantieri.it – un portale informativo collegato al Piano Nazionale di Prevenzione in Edilizia – sono stati pubblicati i risultati di un progetto di ricerca, finanziato dal Dipartimento Tecnologie di Sicurezza dell’ ISPESL, relativo ai ponteggi metallici di facciata.
La ricerca dal titolo “ I ponteggi metallici fissi di facciata utilizzati nei cantieri temporanei o mobili. Le nuove norme di prodotto: aspetti tecnici e legislativi”, a cura di N . Baldassino e R. Zandonini, si è proposta di “fornire un contributo ad alcune delle problematiche tipiche della progettazione dei sistemi di ponteggio”.
In particolare “lo studio ha considerato tre tipologie di ponteggio a telai prefabbricati, con telaio aperto, a portale, di produzione italiana:
1. ponteggio Carpedil tipo A31/2500 con telaio a spinotti;
2. ponteggio Carpedil tipo A33/2500 con telaio a boccole;
3. ponteggio Dalmine “REALPONT EU 92”, Tipo “Portale 105 a boccole” con tavole metalliche PD-FAP”.
La ricerca si è sviluppata attraverso una parte sperimentale, una parte numerica e, infine, una parte gestionale .
Nella fase sperimentale viene affrontato il problema della risposta dei diagonali di facciata. Obiettivo di questa parte è dunque “la definizione di una legge semplificata spostamento-azione assiale associata ai diagonali, visti come parte integrante del sistema di facciata”.
La fase numerica della ricerca si è occupata invece dello “studio della risposta dei sistemi intelaiati attraverso lo sviluppo di analisi numeriche condotte mediante i codici calcolo Ansys e PEP micro”.

La procedura gestionale progettata infine“si propone come strumento dedicato alla raccolta ordinata dei parametri necessari alla scrittura del codice di input dati nel linguaggio di macroprocedura caratteristico del programma ad elementi finiti che si intende utilizzare”.

Un’ultima parte della ricerca viene inoltre dedicata agli sviluppi futuri, in particolar modo su come l’articolata risposta dei sistemi di ponteggio “lascia aperti innumerevoli fronti sui quali ancora investigare, sia dal punto di vista numerico, sia dal punto di vista sperimentale”.

In futuro l’eventuale estensione sistematica di questi studi ad una più ampia gamma di tipologie di ponteggio “permetterebbe di trarre delle indicazioni utili ai fini progettuali sicuramente più esaustive riguardo alla risposta complessa di queste strutture”.


VALUTAZIONE DEI RISCHI: I LAVORATORI DELLA SANITA’ E LA MOVIMETAZIONE MANUALE DEI PAZIENTI ( 17-12-2010)


Dal 3 al 5 marzo 2010 si è tenuto il convegno nazionale “Rischio biologico, psicosociale e biomeccanico per i lavoratori della sanità - Attualità scientifiche e legislative” e nella sua prima sessione diversi relatori hanno affrontato le problematiche del “rischio biomeccanico in sanità”.
Durante l’ intervento “Rischi da movimentazione manuale di pazienti”, a cura di Giovanna Spatari, Angela Carta, Nicola L’abbate, Antonio Lorusso e Francesco Draicchio, gli autori prendono in esame le novità normative e ricordano che il Decreto legislativo 81/2008 introduce la definizione di patologie da sovraccarico biomeccanico, una “definizione che richiama quella di biomeccanica”.
In modo particolare l’articolo 169 del Testo Unico introduce l’obbligo per il datore di lavoro “a fornire, oltre alla formazione e all’informazione, l’addestramento adeguato in particolare alle corrette manovre e procedure da adottare nella movimentazione manuale dei carichi”.
Alcuni recenti studi sulla formazione del personale sanitario e infermieristico hanno tuttavia “dimostrato la limitata efficacia delle attività di addestramento svolte nell’ambito della formazione accademica e professionale del personale”.
Dopo aver fornito alcune informazioni sulla norma ISO 11228-1, la quale fa esplicito riferimento alla movimentazione di esseri animati, l’intervento si sofferma sull’importanza della valutazione del rischio, indicando un percorso organizzato su più livelli che prevede l’utilizzo di strumenti e tecniche di diversa complessità e aventi diversa finalità.

L’intervento fa riferimento anche alla sorveglianza sanitaria ( SS), la quale “rappresenta l’elemento fondamentale che, unitamente alla valutazione del rischio, concorre alla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, anche negli addetti alla MMP”.

In particolare viene ricordato che la “normativa vigente in tema di SS in addetti alla movimentazione dei pazienti lascia autonomia alla professionalità del medico competente sia in tema di periodicità che di contenuto degli accertamenti”.
Gli autori si soffermano poi sui temi relativi alla valutazione dell’efficacia della SS, agli accertamenti sanitari preventivi e agli accertamenti sanitari periodici.

L’intervento si conclude infine parlando di prevenzione in cui viene ricordata l’esistenza di “una molteplicità di interventi preventivi, che è possibile proporre nei confronti dei rischi da MMP”.


SICUREZZA SUL LAVORO E PREVENZIONE: LE ATTIVITA’ DI SCAVO E L’UTILIZZO DEGLI ESCAVATORI ( 17-12-2010)


Una serie di documenti e di archivi sono stati creati e raccolti dai vari enti con lo scopo di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori durante le attività di scavo in modo particolare durante l’utilizzo degli escavatori.

Nell’archivio di INFOR.MO. - strumento per l'analisi qualitativa dei casi di infortunio collegato al sistema di sorveglianza degli infortuni mortali e gravi - sono stati raccolti una serie di casi, relativi a incidenti nelle attività di scavo, in cui vengono messe in rilievo le dinamiche e, laddove possibile, le cause scatenanti.

Una serie di documenti si concentrano inoltre in modo specifico sui rischi legati all’utilizzo di escavatori e sulle misure di prevenzione. Per esempio, per quanto riguarda la prevenzione nell’uso di escavatori la “ Guida Ispesl per l’esecuzione in sicurezza delle attività di scavo” riporta i rischi principali delle macchine movimento terra.

Anche l’INAIL attraverso il documento “ La sicurezza sul lavoro nei cantieri stradali”, fornisce utili indicazioni preventive a tutela dell’incolumità degli addetti prima, durante e dopo l’uso dell’escavatore.


SICUREZZA SUL LAVORO: L’UTILIZZO DEI SOFFIATORI CON MOTORI A SCOPPIO ( 17-12-2010)


Il D.Lgs.626/94 e successivamente il D.Lgs. 81/08 hanno imposto ai fabbricanti di progettare e realizzare attrezzature da lavoro sempre meno pericolose, e ai datori di lavoro di “sostituire quello che è più pericoloso con quello che lo è di meno”.
Questo processo importantissimo ancora in evoluzione, ha dato dei risultati rilevanti. Tutte le attrezzature, che negli anni ’90 potevano essere dannose per la salute dei lavoratori, in quanto producevano elevate emissioni sonore, vibrazioni, erano spesso prive delle protezioni oggi ritenute indispensabili, come ad esempio il dispositivo anti black-out o il freno motore, sono state nel corso degli anni modificate per non nuocere alla salute degli utilizzatori o comunque ridurre i loro effetti dannosi.
Nonostante questo miglioramento del grado di sicurezza delle macchine e delle attrezzature ci troviamo comunque a volte di fronte a nuove situazioni lavorative, che propongono nuovi spunti in merito alla valutazione dei rischi a cui sono sottoposti i lavoratori.
Per esempio nel caso degli operatori ecologici e dei lavoratori occupati nel settore della manutenzione del verde sono entrati ultimamente in uso comune, dei soffiatori a motore a scoppio indossati dai lavoratori stessi come uno “zainetto”, che vengono utilizzati in sostituzione delle scope per spostare foglie o materiale leggero.

Durante tali operazioni, gli utilizzatori della soffiatrice e coloro che sono nelle vicinanze, sono esposti ai fumi di scarico, al rumore e alle vibrazioni prodotte dal motore a scoppio che fa funzionare il soffiatore.

E’ evidente che i lavoratori addetti a questa mansione, siano esposti a fattori di rischio che possano influire negativamente sul loro stato di salute, come per esempio fumi di combustione da idrocarburi, potenzialmente cancerogeni, senza utilizzare idonee maschere di protezione con filtri specifici, ma indossando regolarmente, solo delle mascherine di carta antipolvere.

Per analogia, possiamo assimilare questi lavoratori ai “segantini” ovvero coloro che utilizzano le seghe con motore a scoppio per la lavorazione del legname. In questa categoria di lavoratori sono molto frequenti neoplasie che possono essere fatte risalire a l’esposizione quotidiana agli idrocarburi presenti nei gas di scarico delle motoseghe.


SICUREZZA SUL LAVORO: L'ESPOSIZIONE AL DIACETILE ( 17-12-2010)


Un nuovo allarme OSHA consiglia ai datori di lavoro di utilizzare misure di sicurezza maggiori per prevenire l'esposizione dei lavoratori agli effetti sulla salute potenzialmente fatali di aromatizzanti del burro e di altre sostanze aromatizzanti contenenti il diacetile o dei suoi sostituti.
Il Diacetile è un prodotto chimico usato per aggiungere sapore e aroma ai prodotti alimentari e viene utilizzato anche per confezionare le patatine e i pop corn. Alcuni lavoratori che respirano diacetile sul lavoro sono diventati disabili o sono morti per malattie polmonari gravi.

L’OSHA raccomanda pertanto vivamente che tutti i produttori di aromi e di cibo rivedano e considerino l'implementazione di raccomandazioni applicabili in materia d'ingegneria impiantistica, di organizzazione del lavoro, di misure di controllo, di sorveglianza sanitaria, il monitoraggio sul posto di lavoro e l'uso di adeguati dispositivi di protezione individuale per ridurre al minimo l'esposizione di ogni lavoratore a queste sostanze aromatizzanti.

Le malattie derivanti dall'esposizione diacetile continuano a porre i lavoratori a rischio", ha detto il vicesegretario di Lavoro per la sicurezza e la salute Dr. David Michaels. "E 'fondamentale che i datori di lavoro ricorrano a misure preventive per proteggere i lavoratori dagli effetti dannosi causati da queste sostanze chimiche pericolose."


SICUREZZA SUL LAVORO: IMMIGRATI E CONOSCENZA DELLA LINGUA ( 17-12-2010)


«La conoscenza della lingua può salvare la vita ai lavoratori stranieri»: è l’appello di Nicola Cerrato, procuratore aggiunto della Procura di Milano, che dirige il dipartimento che si occupa di sicurezza del lavoro.
 
E’ ai lavoratori immigrati che il procuratore aggiunto ha rivolto la sua attenzione. Nell’esercizio delle sue funzioni il procuratore ha modo di venire a conoscenza di storie di immigrazione, di sfruttamento e di irregolarità, come risultato dalle recenti indagini che hanno portato all’emersione di lavoro nero in laboratori a conduzione cinese, e dei rischi cui lavoratori immigrati risultano più esposti e meno tutelati.
 
In questa situazione la cattiva conoscenza della lingua diventa un ulteriore impedimento affinché il lavoratore possa capire bene la realtà che lo circonda e possa reagire prontamente. L’operaio straniero che non capisce bene la lingua non si può avvalere delle conoscenze e dei consigli dei colleghi italiani e in casi estremi potrebbe addirittura non essere in grado di recepire un avvertimento in caso di immediato pericolo.
 
Il procuratore aggiunto Nicola Cerrato quindi propone la conoscenza dell’italiano come prerequisito fondamentale per tutelare il lavoratore straniero. Sarebbe pertanto auspicabile fornire ai lavoratori stranieri una conoscenza della lingua italiana di base che gli permetta di capire perlomeno avvertimenti, cartelli e istruzioni chiare e questo potrebbe fare molto nella tutela contro gli infortuni.
 
Sempre sul piano della comprensione linguistica, affrontando la questione da un altro punto di vista, risulta di uguale importanza, e sancito anche a norma di legge, fornire ai lavoratori stranieri una adeguata formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro in modo chiaro e comprensibile, e quindi possibilmente nella lingua madre dei lavoratori.


Ambiente - Clima ed energia - INCENTIVI IN LOMBARDIA ( 18-12-2010)

Incentivi dalla Lombardia per la diffusione degli impianti solari termici e per l'uso razionale dell'energia

Lo scorso 20 ottobre sono stati pubblicati quattro bandi. I primi due promuovono l’uso del solare termico, mentre gli altri due l’efficienza energetica degli edifici.

Per tutte e due le tematiche toccate, uno dei due bandi premia interventi a valenza dimostrativa e particolarmente significativi dal punto di vista tecnologico: in uno è richiesta la realizzazione di progetti innovativi basati sull’impiego della tecnologia solare, nell’altro la realizzazione di un edificio a basse emissioni (“emissioni zero”).

Gli altri due bandi, invece, possono riguardare interventi più tradizionali, nei quali viene premiata la maggiore efficienza ed efficacia delle soluzioni proposte.

I bandi che riguardano gli impianti solari termici sono destinati alla produzione di acqua calda sanitaria, alla climatizzazione estiva e/o invernale di edifici pubblici e destinati ad uso pubblico.

I bandi che riguardano l’efficienza energetica complessiva e l’uso delle fonti rinnovabili sono destinati ad edifici di enti pubblici o onlus, purché destinati ad uso pubblico.

Per tutti i 4 bandi è prevista la possibilità che le domande siano presentate direttamente da Energy Service Company (ESCO).

Scadenze per la presentazione delle domande

1) Bando per la - Per l’invio delle domande c’è tempo fino 27 gennaio 2011.

2) Bando per progettazione di interventi per la riqualificazione energetica di edifici pubblici - Per l’invio delle domande c’è tempo fino al 27 gennaio 2011.

3) Bando per la realizzazione di impianti solari termici per edifici pubblici - Per l’invio delle domande c’è tempo fino al 29 novembre 2010.

4) Bando per la realizzazione di progetti dimostrativi basati su tecnologia solare. Per l’invio delle domande c’è tempo fino al 27 gennaio 2011.

Decreto Regione Lombardia 20 ottobre 2010, n. 10652

Decreto Regione Lombardia 20 ottobre 2010, n. 10652 (B.U.R. 29 ottobre 2010, n. 43, suppl. str. n. 4)



Sicurezza - Prevenzione infortuni ( 18-12-2010)

Gli ispettori del lavoro (in materia di lavoro irregolare e di sicurezza sul lavoro) e i funzionari ispettivi delle ASL (per la sicurezza sul lavoro) devono adottare il provvedimento di sospensione con apposita motivazione in fatto e in diritto.

Con sentenza n. 310 del 5 novembre 2010 la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 14, comma 1, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (cd. Testo unico in materia di sicurezza sul lavoro), come sostituito dall’articolo 11, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 3 agosto 2009, n. 106, nella parte in cui, stabilendo che ai provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale non si applicano le disposizioni di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241, esclude l’applicazione ai medesimi provvedimenti dell’articolo 3, comma 1, della legge n. 241/1990.

Corte Costituzionale, Sentenza 5 novembre 2010, n. 310


Sicurezza - Appalti interni ( 18-12-2010)

Sia il committente che l’appaltatore hanno l’obbligo di cooperare al fine di predisporre le più idonee misure di prevenzione

Nel caso in cui l’attività appaltata si svolga a stretto contatto con le lavorazioni della ditta committente, sia il committente che l’appaltatore hanno l’obbligo di cooperare anche al fine di predisporre le più idonee misure di prevenzione e protezione dirette all’eliminazione di ogni rischio connesso con dette lavorazioni.

Cass. pen., Sez. IV, 21 ottobre 2010, n. 37600, B. e altro


SICUREZZA SUL LAVORO: LA RIDUZIONE DEI RISCHI DA POSTURE SCORRETTE ( 18-12-2010)


Per postura si intende la posizione del corpo nello spazio e le relative relazioni tra i vari segmenti corporei.
 
Individualmente la postura più corretta è quella che consente di svolgere le attività quotidiane e lavorative con il minor dispendio energetico ed è influenzata da numerosi fattori (neurofisiologici, biomeccanici, emotivi, psicologici e relazionali).

Le indicazioni ergonomiche per la riduzione del rischio da postura seduta scorretta prolungata sono:

a) la riduzione dell’impegno isometrico;
b) la correzione ove possibile di tale postura;
c) l’adozione di utensili più ergonomici;
d) l’adozione di postazioni di lavoro seduti fisiologiche;
e) l’addestramento all’utilizzo di tecniche più corrette.
In particolare, si indica nella variazione delle posture la misura preventiva preferibile, ove possibile, nei casi di attività fisse prolungate.


Energie rinnovabili, emanata la circolare "Salva-DIA" ( 19-12-2010)

Il Dipartimento per l'Energia del Ministero dello Sviluppo Economico ha emanato il 15 dicembre la circolare "Salva-Dia" che chiarisce alcuni aspetti applicativi dell'articolo 1-quater della legge 13 agosto 2010, n. 129 relativo alle procedure di autorizzazione per la realizzazione di impianti alimentati da fonti rinnovabili avviate mediante Denuncia di Inizio Attività (DIA).
 

Il Dipartimento per l'Energia del Ministero dello Sviluppo Economico ha emanato il 15 dicembre la circolare "Salva-Dia" che chiarisce alcuni aspetti applicativi dell'articolo 1-quater della legge 13 agosto 2010, n. 129 relativo alle procedure di autorizzazione per la realizzazione di impianti alimentati da fonti rinnovabili avviate mediante Denuncia di Inizio Attività (DIA).

L'articolo 1-quater della legge 13 agosto 2010, n. 129 è intervenuto per garantire la validità delle iniziative intraprese a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale di alcune leggi regionali che prevedevano, per l'accesso alla procedura di DIA, soglie di potenza più elevate di quelle stabilite dalla normativa statale.

L'articolo 1-quater della legge 13 agosto 2010, n. 129 stabilisce che gli effetti della Dia sono salvi per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili e realizzati con Denuncia di inizio attività (Dia) in conformità alle leggi regionali, anche se di potenza superiore ai limiti nazionali fissati nell'allegato A del D.Lgs 387/2003.

Questo però a condizione che tali impianti entrino in esercizio entro il 16 gennaio 2011, cioè entro 150 giorni dall'entrata in vigore della legge 129/2010.

Alcune leggi regionali che prevedevano, per l'accesso alla procedura di DIA, soglie di potenza più elevate di quelle stabilite dalla normativa statale erano state dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale, e l'articolo 1-quater della legge 129/2010 è intervenuto per garantire la validità delle iniziative intraprese.

Due le questioni affrontate nella circolare:

- se le DIA avviate in conformità a disposizioni regionali dichiarate incostituzionali possano o meno conservare la loro efficacia anche qualora i relativi impianti non riescano ad entrare in esercizio entro il termine previsto dalla legge;

- e se lo status di avanzamento della costruzione degli impianti possa avere qualche valenza a tale scopo.

La circolare ministeriale precisa che gli effetti di salvaguardia scaturenti dal dettato dall'art. 1-quater hanno per oggetto esclusivamente: “(i) le DIA che, alla data di pubblicazione delle rilevanti pronunce di incostituzionalità, non si erano ancora perfezionate in quanto sospeso il termine di 30 giorni [...]; (ii) le DIA per le quali, alla data di pubblicazione delle rilevanti pronunce di incostituzionalità, erano ancora pendenti i termini per la proposizione di un ricorso giurisdizionale al competente Tar […]; o (iii) le DIA che, alla data di pubblicazione delle rilevanti pronunce di incostituzionalità, ovvero in seguito delle stesse, risultavano oggetto di un ricorso giurisdizionale al competente Tar […]”.

Pertanto, chiarisce la circolare, “deve dunque ritenersi che le DIA perfezionatesi e divenute inoppugnabili prima delle pronunce di incostituzionalità [...] conserveranno la loro efficacia, anche qualora i relativi impianti non riuscissero ad entrare in esercizio entro il 16 gennaio 2011 e, di conseguenza i progetti, una volta completati, avranno diritto ad essere connessi alla rete e saranno pertanto idonei a ricevere i relativi incentivi (Conto Energia)”.

Ministero dello sviluppo economico, circolare 15 dicembre 2010

di Cinzia De Stefanis



Responsabilità del proprietario per la morte dell’operaio nel corso di lavori svolti presso la sua abitazione ( 19-12-2010)

Interessante decisione della Suprema Corte sul delicato tema della responsabilità gravante sul proprietario che, rivestendo il ruolo di committente, abbia incaricato un lavoratore autonomo di svolgere interventi edilizi presso la sua abitazione, senza minimamente curarsi di verificarne la serietà professionale, consentendo a quest’ultimo di svolgere l’attività in totale spregio della normativa antinfortunistica.
 

Il caso

L’occasione che ha consentito alla Corte di affermare il predetto principio di diritto vedeva imputato il proprietario di un appartamento il quale aveva commissionato lo svolgimento di alcuni lavori edili presso la sua abitazione facendoli eseguire ad un operaio, lavoratore autonomo, cui aveva consentito di lavorare in assenza di qualsiasi cautela atta a scongiurare i rischi di caduta dall’alto, rischi purtroppo successivamente concretizzatisi in quanto l’operaio era precipitato da un’impalcatura non munita di parapetti (sostituite da alcune tavole chiodate alla meno peggio, raggiungibili per mezzo di una scala di ferro) e, non essendo nemmeno munito di cintura di sicurezza, cadendo a terra violentemente, era deceduto.

Le sentenze di merito avevano attribuito al proprietario la responsabilità del verificarsi dell’evento morte dell’operaio per aver commissionato i lavori “in economia” ad un lavoratore autonomo omettendo di verificarne preventivamente l’idoneità, in quanto lo stesso non risultava iscritto ad alcun albo artigiano o ad altra lista della camera di commercio, senza peraltro provvedere alla nomina di un direttore dei lavori, così assumendosi interamente il maggior rischio di una siffatta organizzazione.

Il proprietario aveva contestato la “doppia conforme” che ne aveva sancito la responsabilità penale, asserendo, tra gli altri argomenti prospettati in sede di ricorso, di non poter essere considerato egli responsabile della morte dell’operaio in quanto quest’ultimo, quale lavoratore autonomo, avrebbe dovuto provvedere autonomamente alla sua sicurezza, con conseguente esclusione di una sua posizione di garanzia rispetto all’operato di quest’ultimo ed esonero della propria responsabilità penale.

La decisione della Cassazione

La tesi sostenuta dalla difesa del proprietario è stata rigettata dalla Suprema Corte in quanto totalmente priva di fondamento.

Anzitutto la Corte ritiene infondata l’eccezione difensiva che tentava di sostenere la violazione del principio della correlazione tra accusa e sentenza per non essere state specificamente indicate le norme aventi contenuto cautelare dalla cui violazione sarebbe derivata la colpa specifica del committente rispetto all’evento infortunistico verificatosi.

Sul punto, assai opportunamente la Suprema Corte precisa come il richiamo di altra normativa utile a confermare la ricorrenza della colpa ritenuta in sentenza “costituisce ridondanza motivazionale” e non determina alcuna violazione dell’art. 522 c.p.p., soprattutto in presenza di uno stato di fatto quale quello accertato in cui era stata accertata l’omissione di cautele “suggerite anche solo dal buon senso” e dalla parametrazione delle misure essenziali previste per la prevenzione degli infortuni e nell’edilizia e per il lavoro subordinato sin dalla normativa del 1996 (D.Lgs. n. 494/1996, in particolare).

La Corte, poi, con importante precisazione, afferma come l’unitaria tutela del diritto alla salute indivisibilmente operata agli artt. 32 Cost., 2087 c.c. e 1, comma 1, della legge n. 833/1978 (istitutiva del SSN) impone l’utilizzazione di parametri di sicurezza stabiliti espressamente per i prestatori di lavoro subordinato anche “per ogni altro tipo di lavoro”.

In questo senso, dunque, ripercorrendo l’evoluzione legislativa che ha caratterizzato il sistema della prevenzione infortuni nel corso di questi decenni, non può non evidenziarsi come la legislazione penale ha modulato la figura del datore di lavoro e l’assunzione delle obbligazioni di garanzia coerenti alle tutele di legge, su una pluralità di modelli di lavoro tanto nel settore pubblico che in quello privato, considerando non solo la fattispecie tipica di lavoro subordinato (direttamente utilizzato o contrattato con terzi), ma anche a quella, prima sprovvista di una tutela espressa, del lavoro autonomo, così intendendosi ormai superata, come la stessa giurisprudenza di legittimità ormai da tempo ha riconosciuto, la arcaica visione di un diritto penale del lavoro ritagliato solo sulla figura del lavoro subordinato, quale unico soggetto creditore della tutela prevenzionistica.

In considerazione di quanto sopra, dunque, la Corte considera totalmente infondata e distonica rispetto all’attuale ordinamento giuridico la tesi, sostenuta dalla difesa del proprietario committente, secondo cui in caso di prestazione d’opera autonoma, l’operaio (lavoratore autonomo) sia comunque l’unico responsabile della sua sicurezza.

In tal senso, dunque, assume particolare importanza il principio di diritto affermato dalla Corte nell’occorso, secondo cui in tema di individuazione della posizione di garanzia del proprietario – committente, che affida lavori edili in economia a lavoratore autonomo di non verificata professionalità e in assenza di qualsiasi apprestamento di presidi anticaduta, a fronte di lavorazioni un quota superiori a due metri (soggette, in quanto tali, ad una speciale regola cautelare), il proprietario deve essere ritenuto garante della sicurezza del lavoratore autonomo e, in quanto tale, investito di un debito prevenzionistico diretto, volto ad impedire l’esecuzione di attività lavorative in condizioni di sostanziale insicurezza.

In tale contesto, peraltro, si evidenzia anche l’ulteriore aspetto valutato dalla Corte a sostegno della responsabilità del proprietario: la scelta dei lavori in economia, legata da un lato, al dato della mancata nomina di un direttore dei lavori o di un responsabile tecnico e, dall’altro, all’utilizzo del lavoratore non iscritto in alcun albo professionale in mancanza di qualsiasi verifica dell’idoneità del lavoratore, è argomento che rafforza la responsabilità penale del proprietario.

La sentenza in esame rappresenta un importante esempio di rimodulazione degli obblighi prevenzionistici incombenti in capo al proprietario committente, ponendosi nella scia evolutiva della giurisprudenza di legittimità tendente ad una sempre maggiore responsabilizzazione della figura.

Nel recente passato, infatti, antecedentemente alle modifiche introdotte nella normativa prevenzionistica non solo dal D.Lgs. n. 81/08 ma, prima ancora, dal D.Lgs. n. 626/1994, la giurisprudenza aveva infatti escluso qualsiasi responsabilità del committente in consimili ipotesi. In particolare, la tendenza giurisprudenziale dell’epoca aveva ritenuto nel caso in cui il proprietario di un fabbricato avesse conferito al titolare di una impresa edile artigiana, iscritta nell'albo presso la camera di commercio, l’incarico di eseguire lavori di ristrutturazione del tetto e delle grondaie, fosse onere esclusivo dell'imprenditore artigiano approntare tutte le misure di sicurezza e le cautele che le norme vigenti e il tipo di lavoro impongono e, in particolare, provvedere alle impalcature e alle cinture di sicurezza che la legge prescrive in casi in cui vi sia il pericolo di caduta dall'alto (Cass. pen., Sez. IV, n. 3497 del 23/03/1994, P.M. in proc. P., in Ced Cass. 197948).

In tal senso, la giurisprudenza riteneva che nessun dovere di intervento avesse il committente, una volta rivoltosi a persona capace, in grado di realizzare l'opera, peraltro di modesta entità, con rischi prevedibili ed eludibili con una ordinaria professionalità e diligenza. Né, ancora, si affermava, era ipotizzabile a carico del committente l'obbligo di segnalazione al lavoratore autonomo dei rischi specifici esistenti nell'ambiente di lavoro in cui questi fosse chiamato a prestare la propria opera (v. ante l'art. 5 D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547), qualora il luogo di lavoro non presentasse insidie occulte o pericoli non immediatamente percepibili.

Detta giurisprudenza, oggi, deve necessariamente essere rivista alla luce della nuova tendenza alla responsabilizzazione della figura datoriale che, come espresso dalla sentenza in commento, si è estesa costituendolo sempre più garante della sicurezza dei lavoratori, siano o meno vincolati ad un rapporto di lavoro subordinato, come nel caso del lavoratore autonomo “assunto” (si intende, tecnicamente) per l’esecuzione di lavori in economia.

Un motivo in più per richiamare l’attenzione ad evitare atteggiamenti superficiali, spesso alla base di tragedie sul lavoro che avrebbero potuto e dovuto essere evitate con un maggior rispetto ed osservanza dei basilari doveri di diligenza cautelare, che traducono giuridicamente quelle regole del buon senso che la Suprema Corte mostra di condividere e conoscere sapientemente.

Cass. Pen., Sez. IV, Sentenza 1 dicembre 2010, n. 42465

di Alessio Scarcella


Sicurezza - DURC ( 19-12-2010)

Dal 1° gennaio 2011 cambia la procedura DURC per le imprese senza operai

La CNCE avverte che il rilascio del DURC imprese senza operai dal 1° gennaio 2011 avverrà secondo una diversa procedura.

Per il rilascio dei DURC relativo ad imprese edili che dichiarano di avere soltanto dipendenti impiegati la CNCE, al ricevimento della richiesta, inoltrerà la stessa alla competente Cassa Edile costituita ai sensi del CCNL per le industrie edili qualora questa sia l'unica Cassa presente sul territorio.

Nei casi di presenza di più Casse Edili o Edilcasse, invece, la CNCE provvederà ad inviare alle stesse una mail informativa della richiesta DURC pervenuta alla Commissione. Le Casse Edili potranno richiedere per competenza l'inoltro della pratica, utilizzando l'attuale modulistica, entro 10 giorni dalla predetta mail.

La CNCE, qualora non pervenga alcuna richiesta nei termini prefissati, provvederà ad inoltrare la pratica alla competente Cassa Edile costituita ai sensi del CCNL industria.

CNCE, Comunicato 23 novembre 2010



LA MOVIMENTAZIONE MANUALE DEI CARICHI ( 20-12-2010)


Per movimentazione manuale dei carichi si intendono le operazioni di trasporto o di sostegno di un carico ad opera di uno o più lavoratori, comprese le azioni del sollevare, deporre, spingere, tirare, portare o spostare un carico, che, per le loro caratteristiche o in conseguenza delle condizioni ergonomiche sfavorevoli, comportano rischi di patologie da sovraccarico biomeccanico, in particolare dorso-lombari.
In fase di movimentazione manuale dei carichi, in modo particolare in seguito a uno sforzo pesante, è dunque possibile danneggiare la colonna vertebrale o alcune articolazioni di braccia e gambe.
 
Per questo motivo è necessario adottare alcune precauzioni e soprattutto utilizzare i Dispositivi di protezione individuale, come ad esempio le scarpe anti infortunistiche.
 
Infatti, durante la movimentazione di un carico pesante, può capitare che la struttura trasportante possa cedere e alcuni carichi potrebbero colpire gli operai coinvolti nel lavoro.
 
Il Testo Unico 81 del 2008 al Titolo VI (artt. 167-171) ha regolamentato la movimentazione manuale dei carichi, obbligando il datore di lavoro ad adottare le misure organizzative necessarie e ricorrere ai mezzi appropriati, in particolare attrezzature meccaniche, per evitare la necessità di una movimentazione manuale dei carichi da parte dei lavoratori.
 
Qualora non fosse possibile evitare la movimentazione manuale dei carichi ad opera dei lavoratori, il datore di lavoro deve adottare le misure necessarie, finalizzate a ridurre il rischio che comporta la movimentazione manuale di detti carichi, tenendo conto dell'allegato XXXIII.


SICUREZZA SUL LAVORO: LE NOVITA’ INTRODOTTE DAL D.LGS. 106/2009 IN MATERIA DI DISTANZE DI SICUREZZA ( 20-12-2010)


Il Decreto Legislativo 106 del 2009 ha introdotto diverse modifiche e correzioni al Testo Unico 81 del 2008.
 
In materia di distanze di sicurezza, il nuovo Decreto non ha apportato modifiche sostanziali, ma le previsioni normative sono state razionalizzate raggruppandole per categorie di “tensione nominale”.
 
Secondo quanto disposto dal nuovo decreto dunque, è importante indicare tali distanze al netto di eventuali ingombri previsti per la tipologia di intervento o delle attrezzature utilizzate, oppure valutare alcune tolleranze cautelative nelle zone in cui le condizioni climatiche possono modificare la posizione delle condutture elettriche.
 
Nei cantieri edili le nuove indicazioni devono essere integrate con quanto riportato all’articolo 117 (Titolo IV, Capo II, Sezione II) in cui la “distanza di sicurezza deve essere opportunamente valutata per ogni specifico caso.
 
Il nuovo D.lgs 106 del 2009 comunque riporta nell’allegato IX le indicazioni principali relative alle distanze di sicurezza da “osservarsi nell’esecuzione di lavori non elettrici, al netto degli ingombri derivanti dal tipo di lavoro, delle attrezzature utilizzate e dei materiali movimentati, nonché degli sbandamenti laterali dei conduttori dovuti all’azione del vento e degli abbassamenti di quota dovuti alle condizioni atmosferiche”.


VALUTAZIONE DEI RISCHI: LE ATTIVITA’ DI VERNICIATURA ( 20-12-2010)


Sul sito dell’ Osservatorio della provincia di Lodi per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, nato da un progetto dell' ASL di Lodi, sono stati resi disponibili gli atti del convegno “Salute e sicurezza nella verniciatura" che si è tenuto a Cremona il 28 maggio 2009.

L’evento - nato dalla collaborazione di diverse entità pubbliche e locali (Università degli Studi di Milano, ASL della Provincia di Cremona, Unità Operativa Ospedaliera di Medicina del Lavoro degli Istituti Ospitalieri di Cremona, …) e dall’impulso della Regione Lombardia - è stato un’importante occasione scientifica per affrontare la problematica dell’esposizione ad agenti cancerogeni nei luoghi di lavoro.
Durante il convegno sono stati illustrati i risultati ottenuti in seguito alle indagini di mappatura e monitoraggio condotte nell’ambito del Progetto Prevenzione dei Tumori Professionali (PPTP) della Regione Lombardia, allo scopo di valutare gli attuali livelli espositivi a sostanze classificate come cancerogene dalla International Agency for Research on Cancer (IARC) e considerate come tali ai sensi dell’attuale legislazione dell’Unione Europea.

In “Rischio chimico e cancerogeno nell’attività di verniciatura”, a cura di P.E. Cirla (Centro di riferimento PPTP Clinica del Lavoro “Luigi Devoto”, Divisione Tossicologica CIMAL), A. Filipponi e L. Galli (Unità Operativa Ospedaliera di Medicina del Lavoro, A.O. “Istituti Ospitalieri di Cremona”), si ricorda in modo particolare che, durante le attività di verniciatura, sia nelle fasi di produzione di prodotti vernicianti sia durante le attività di applicazione degli stessi, i lavoratori possono venire in contatto con agenti chimici che trasportano e manipolano (ingredienti, diluenti, vernici, tinte), o si liberano durante la lavorazione (solventi, nebbie).

E’ necessario dunque un accurato “processo valutativo dei rischi da esse derivati sia sotto l’aspetto della sicurezza sia sotto quello della salute”.

Gli effetti sulla salute derivanti dalla lavorazione con presenza di vernici sono diversi e riguardano vari ambiti organo-funzionali. In particolar modo sono colpiti “l’apparato respiratorio e quello cutaneo, sulla base di un’azione irritativa oltre che soprattutto allergica”.
 
E “la presenza di solventi organici può “comportare la liberazione di concentrazioni tali da determinare effetti a carico del sistema nervoso e dello stato di vigilanza”.
Una particolare attenzione deve essere poi rivolta “anche verso la accertata cancerogenicità di alcuni ingredienti ed in particolare di alcuni pigmenti a base metallica, tra cui spiccano composti del cromo esavalente (cromato di bario, cromato di stronzio, giallo di piombo solfocromato, piombo cromato molibdato rosso) con accertata cancerogenicità verso il polmone”.
 
Infine, per individuare misure appropriate ed efficaci, condizione preventiva e necessaria è la valutazione del livello di esposizione dei lavoratori all’ agente cancerogeno o pericoloso, tenendo conto anche del possibile assorbimento cutaneo”.

Dove poi “non sia possibile effettuare un monitoraggio ambientale, la valutazione potrà essere effettuata integrando varie fonti di informazione (confrontando situazioni lavorative simili, assumendo criticamente dati di letteratura, considerando i quantitativi utilizzati e le modalità d’uso, ecc.), tutte attentamente vagliate e considerate criticamente da personale qualificato”.

In ogni caso dunque, la valutazione deve “tenere in considerazione le caratteristiche delle lavorazioni, la loro durata e frequenza, le concentrazioni di agenti cancerogeni o pericolosi che si vengono a liberare e la loro capacità di penetrare nell’organismo per le diverse vie di assorbimento”.


SICUREZZA SUL LAVORO: LE ATTIVITA’ DI DEMOLIZIONE ( 20-12-2010)


Durante i lavori di demolizione tradizionale e selettiva, i lavoratori sono esposti a numerosi rischi di infortunio e rischi per la salute.
 
Tali rischi si estendono anche a persone residenti e passanti.
I principali rischi sono i seguenti:
1. cadute dall'alto,
2. rimanere sepolti o travolti,
3. esposizione a sostanze nocive alla salute.

Queste sostanze possono essere sotto forma di polvere (ad es. quarzo, amianto, fibre minerali) o di fumo durante la saldatura e il taglio a cannello (ad es. piombo).

Il Suva a questo proposito ha realizzato una lista di controllo per individuare meglio queste situazioni di pericolo.


SICUREZZA SUL LAVORO: “CONOSCERE IL RISCHIO” ( 21-12-2010)


Nella sezione Sicurezza sul lavoro del portale dell’INAIL è stato istituito un nuovo canale tematico per conoscere ancora più da vicino i pericoli che si possono correre negli ambienti di lavoro. "Conoscere il rischio" è un'area finalizzata a far conoscere ai navigatori i rischi del mondo del lavoro e le novità presenti nel panorama - sia nazionale che europeo - in tema di salute e sicurezza.

La nuova pagina si apre, al momento, con il regolamento Europeo n.1907 del 2006 - chiamato Reach - che ha apportato numerosi e significativi cambiamenti alla legislazione comunitaria sulla produzione, la commercializzazione e l'utilizzo degli agenti chimici. Essendo un regolamento ha validità immediata in tutti gli stati dell'Unione Europea e non necessita di essere trasposto nell'ordinamento nazionale.
 
Obiettivo prioritario del Reach è il raggiungimento di un alto livello di protezione della salute umana e dell'ambiente - attraverso una migliore e più rapida identificazione delle proprietà chimico-fisiche e tossicologiche delle sostanze - e, allo stesso tempo, stimolare un aumento della competitività dell'industria chimica europea. Si tratta, dunque, di un documento alla cui attuazione l'INAIL è particolarmente interessato.
 
In futuro, infatti, i principi in esso contenuti porteranno a un incremento delle conoscenze nel campo dell'igiene industriale, a un miglioramento della qualità e completezza delle informazioni sulle sostanze chimiche e quindi ad una sensibile diminuzione delle patologie professionali.Nelle altre pagine web dedicate, che saranno periodicamente aggiornate, vengono illustrati in modo dettagliato i principali contenuti del Reach, gli adempimenti cui devono ottemperare i produttori, gli importatori, i distributori e gli utilizzatori di sostanze e miscele chimiche, le scadenze previste dal regolamento, i link ai principali siti web che approfondiscono l'argomento con una loro sintetica descrizione, un elenco di pubblicazioni sul tema, che approfondiscono anche le correlazioni tra questo e il Titolo IX del D. Lgs. 81/2008 e una semplice, ma utile informativa per i consumatori.


VALUTAZIONE DEI RISCHI: APPALTI DI SERVIZI E ATTIVITA’ DI MANUTENZIONE IN AREE CONFINATE ( 21-12-2010)


Il ministero del Lavoro ha emanato in data 9 dicembre la circolare n.42/2010 con la quale fornisce, in materia di contratti d’appalto relativi a lavori in ambienti sospetti di inquinamento, alcune indicazioni operative sugli obblighi in materia di sicurezza sul lavoro.
Nella circolare il ministero sottolinea l’esigenza di monitorare gli appalti di servizi aventi ad oggetto le attività manutentive o di pulizia in aree confinate (silos, pozzi, cisterne, serbatoi, impianti di depurazione, cunicoli, gallerie ecc.).
Si tratta di ambienti di lavoro che espongono coloro che ci operano al rischio di asfissia o di intossicazione dovuta ad esalazione di sostanze tossiche o nocive. Questo rischio colpisce soprattutto il personale di pulizia di aziende non necessariamente preparato ad affrontare tali specifiche evenienze.

Viene quindi indicato che, per il futuro, le Direzioni Provinciali del Lavoro provvederanno, con la massima tempestività, ad elaborare specifici piani d'intervento nelle realtà maggiormente interessate a tali problematiche, effettuando specifici controlli negli appalti di maggior rilevanza e potenzialmente più rischiosi.

I risultati del monitoraggio saranno condivisi con gli organi di vigilanza territoriali ai fini della programmazione degli interventi ispettivi volti, in particolare, alla verifica della corretta e completa elaborazione del DUVRI (Documento Unico di Valutazione dei Rischi da Interferenze) da parte delle aziende committenti. Inoltre, saranno verificate le misure di prevenzione e protezione previste per effettuare l'intervento lavorativo, l’efficienza del sistema organizzativo d’emergenza, i contenuti e l’effettività della formazione/informazione nei confronti dei lavoratori delle aziende appaltatrici sui rischi interferenziali delle attività svolte.


PREVENZIONE INCENDI: LA NUOVA NORMATIVA EUROPEA SULLE SIGARETTE ( 21-12-2010)


I requisiti di sicurezza antincendio per la ridotta propensione alla combustione delle sigarette, relativi cioè all’autospegnimento della sigaretta quando non attivamente fumata, sono ora oggetto di una nuova norma europea, la EN 16156 “Cigarettes – Assessment of the ignition propensity”.La EN 16156 va a completare il quadro tracciato dalla precedente norma, sviluppata in parallelo con l’ISO e pubblicata lo scorso settembre: la EN 12863 “Standard test method for assessing the ignition propensity for cigarettes”.
Entrambe sono state sviluppate per rispondere al Mandato M/425 della Commissione europea relativo ai requisiti di sicurezza antincendio per le sigarette.
 
L'obiettivo era quello di trovare una soluzione tecnica che impedisse alle sigarette non attivamente fumate di consumarsi e bruciare in tutta la loro lunghezza, rappresentando una fonte di calore e quindi un potenziale pericolo di incendio.
 
 Una sigaretta, infatti, è in grado di incendiare materiali quali tessuti o mobili.

Con il mandato M/425 è stata ribadita la necessità di elaborare norme tecniche che prendessero in considerazione due differenti aspetti: i requisiti di sicurezza antincendio (coperti dalla EN 16156) e la definizione di un opportuno metodo di prova per determinare la validità dei campioni sottoposti a prova (trattata dalla ISO 12863).

A livello europeo i lavori sono stati seguiti dal Comitato tecnico CEN/TC 401 “Project Committee - Reduced Ignition Propensity Cigarettes”, a livello nazionale dalla Commissione “Comportamento all’incendio”.


SICUREZZA SUL LAVORO: L’IMPORTANZA DEI MANUALI D’USO DI MACCHINARI E ATTREZZATURE ( 21-12-2010)


Dati Inail mostrano come un’altissima incidenza di infortuni sul lavoro siano dovuti ad uso errato ed improprio di macchine ed impianti.
 
Infatti, un gran numero di macchine non passano la certificazione CE perché non dotate di un manuale di istruzioni chiaro e di apposite marcature e segnalazioni sul corpo della macchina. L’assenza di una adeguata manualistica d’uso e manutenzione espone il lavoratore al rischio di operare in modo scorretto e pericoloso.

L’uso di macchinari è di per sé un rischio da affrontare ma la probabilità che avvenga un infortunio quando all’operatore non sono state fornite adeguate informazioni cresce in modo esponenziale. Per operare in sicurezza il lavoratore deve poter utilizzare solo macchinari progettati per essere sicuri, e mantenuti in condizioni che ne permettano il perfetto funzionamento e deve poter operare seguendo indicazioni d’uso chiare e dettagliate disposte dal produttore.
 
 Il manuale d’uso e manutenzione è un vero e proprio strumento di prevenzione che garantisce il lavoratore nel normale svolgimento delle sue funzioni e ancor di più in occasione di manutenzione ordinarie e straordinarie. Spesso però i produttori non stanziano le risorse necessarie per redigere manuali esaurienti, scritti e illustrati in modo dettagliato per far sì che la comunicazione sia davvero efficace.
Per questo la le
gislazione di riferimento, la Direttiva Macchine ha disposto esplicitamente che il manuale d’uso sia redatto in modo chiaro, esauriente e comprensibile da tutti, tenendo anche conto del livello medio di competenze linguistiche possedute dagli operatori. Ad ogni lavoratore deve essere dunque garantita la possibilità di comprendere fino in fondo le informazioni necessarie ad un utilizzo sicuro delle apparecchiature.
Anche in questo modo molti degli infortuni che avvengono sul posto di lavoro si possono evitare.


Misure urgenti in materia di sicurezza: in Gazzetta la legge di conversione del decreto n. 187/2010 ( 22-12-2010)


 

È stata pubblicata, sulla Gazzetta Ufficiale n. 295 del 18 dicembre 2010, la legge n. 217 del 17.12.2010, di conversione del D.L. n. 187, recante misure urgenti in materia di sicurezza.


Interessante, al riguardo, appare essere l’art. 9 che modifica la legge n. 689/1981 in materia di confisca.

La nuova norma prevede, in particolare, che “in presenza di violazioni gravi o reiterate, in materia di tutela del lavoro, di igiene sui luoghi di lavoro e di prevenzione degli infortuni sul lavoro, è sempre disposta la confisca amministrativa delle cose che servirono o furono destinate a commettere la violazione e delle cose che ne sono il prodotto, anche se non venga emessa l’ordinanza - ingiunzione di pagamento.

 La disposizione non si applica se la cosa appartiene a persona estranea alla violazione amministrativa ovvero quando in relazione ad essa è consentita la messa a norma e quest’ultima risulta effettuata secondo le disposizioni vigenti”.



Sicurezza: gli obblighi nell’impresa familiare ( 22-12-2010)


 

Il Ministero del Lavoro, con la risposta al quesito (FAQ) del 29 novembre 2010, ha precisato che l’impresa familiare, generalmente, non deve adottare le ordinarie misure di prevenzione di cui al Testo Unico Sicurezza (D.Lgs. n. 81/2008 e successive modificazioni) ma sono tenute ad usare le attrezzature e i dispositivi individuali di sicurezza, così come previsto dall’art. 21 del suddetto decreto legislativo, al fine di evitare l’applicazione di sanzioni penali.

Laddove i componenti dell’impresa, invece, assumano le vesti di lavoratori dipendenti, al titolare dell’impresa familiare, nella sua qualità di datore di lavoro e garante rispetto agli altri componenti, faranno capo gli obblighi di adottare tutte le misure di tutela della salute e sicurezza sul lavoro di cui al T.U., fra i quali l’obbligo della valutazione dei rischi, della redazione del documento di valutazione dei rischi o dell’autocertificazione, della nomina del medico competente, della formazione ed informazione dei componenti, della sorveglianza sanitaria, ecc.



UN PROGETTO EUROPEO SULLE POLVERI SOTTILI ( 22-12-2010)


L'aria che respiriamo dovrebbe essere sottoposta a severi controlli e non superare un certo livello di sostanze inquinanti e cancerogene.

Ma non sempre è così e per questo è nato Expah (Population Exposure to Pah), il progetto finanziato dalla Comunità Europea e finalizzato a quantificare l'esposizione della popolazione alle polveri sottili (sia in ambienti outdoor che indoor), presentato di recente a Roma dall'INAIL (ex Ispesl).
A preoccupare non è solo l'aspetto ambientale, ma soprattutto quello sanitario, legato all'esposizione della popolazione alle polveri sottili.

Proprio per migliorare la qualità dell'aria in zone altamente esposte a sostanze tossicologiche, la Comunità Europea ha finanziato Expah, con lo scopo di tutelare i cittadini non solo fuori, ma anche dentro casa. La novità dell'iniziativa si fonda su un approccio integrato in grado di mappare completamente il campo di azione di queste sostanze cancerogene.

Come e in che quantità, infatti, l'inquinamento penetra all'interno degli ambienti chiusi? Quali sono gli effetti su bambini e anziani? Queste sono proprio alcune delle domande importanti a cui Expah vuole rispondere.
Per esempio a Roma ci sono circa 115mila i pendolari che ogni giorno viaggiano nella Capitale. E circa due milioni e 780 i veicoli, tra autovetture private e quattro ruote, che ne percorrono le strade.

Di questa massa di motori solo 1.400 si sottopongono periodicamente ai controlli per il bollino blu.

Oltre al traffico, poi, Roma deve fare anche i conti con il riscaldamento. A oggi gli impianti centralizzati sono ancora troppo pochi: solo 25mila, di cui il 15% è a gasolio, mentre quelli individuali si aggirano intorno ai 600mila.
Nell'ambito della Capitale Expah punterà, dunque, a sponsorizzare nuove politiche per la riduzione dell'inquinamento e a mappare nuove aree, in passato considerate "non a rischio".

Entrerà, per esempio, negli ambienti di vita quotidiana - come le scuole - per dimostrare come la presenza di polveri sottili abbia degli effetti diretti su bambini e anziani.

Il progetto: presentato come una grande scommessa per diminuire l'impatto dei cancerogeni nelle aree metropolitane e migliorare la qualità della vita nel futuro, Expah si avvale delle migliori competenze tecniche operative in questo campo. Nel territorio romano una task force composta da Regione Lazio, provincia di Roma, Arpa, Cns e INAL (ex Ispesl, con i dipartimenti Dipia e Dil dell'Istituto) risponderà ai problemi di monitoraggio e modellistica della capitale.

Gli obiettivi: dopo avere individuato e quantificato l'esposizione agli idrocarburi di bambini e anziani in un'area fortemente urbanizzata come Roma, il progetto si concentrerà successivamente su
una serie di obiettivi specifichi: tra i quali la creazione di un inventario delle emissioni e la possibilità di integrare nuovi modelli in questo ambito.

Appoggiando la politica e la normativa ambientale, Expah produrrà, dunque, una nuova indagine statistica, indagando anche la qualità dell'aria negli ambienti chiusi.

Così - analizzando gli impatti dell'emissione, dispersione e trasformazione dei composti di idrocarburi poliaromatici (Ipa) - si realizzerà un miglioramento della qualità e quantità della vita.

Il progetto avrà durata triennale e si sviluppa su di un complesso di 27 azioni: si parte dal monitoraggio degli ambienti di interesse fino alla messa appunto di modelli di infiltrazione indoor e outdoor.

Le stime attuali parlano di circa due milioni di euro per il suo finanziamento. La Comunità Europea, mediante lo strumento finanziario Life, si è impegnata a coprire il 48% delle spese.


EDILIZIA: GLI ULTIMI DATI SU INFORTUNI E MORTI SUL LAVORO ( 22-12-2010)


In quasi un anno 135 persone sono morte lavorando in un cantiere. Questo il dato più tragico diffuso dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering, società che a Mestre offre un servizio di gestione completa della progettazione, direzione lavori, coordinamento della sicurezza in ambito ingegneristico e che attraverso l’Osservatorio fornisce dati rilevanti per affrontare con sempre maggiore efficacia la questione della sicurezza dei lavoratori. La sicurezza nei cantieri resta un tema di tragica attualità: il 28% delle morti sul lavoro avvengono nel settore dell’edilizia.
 
Ogni regione d’Italia è colpito da questi eventi e la triste classifica vede al primo posto la Campania dove nel 2010 sono morti 18 operai, seguita da Lazio e Lombardia con 14 incidenti mortali, Emilia Romagna e Veneto con 12, e Sicilia (11).
 
Napoli, Latina, Roma e Milano le città in cui sono avvenuti più incidenti ma in quasi tutto il territorio nazionale sono incorsi eventi luttuosi che hanno colpito soprattutto operai tra i 40 e i 59 anni, molti dei quali di origine straniera. Il 15% delle vittime di lavoro nei cantieri sono stranieri e tra questi il 28% sono rumeni e il 38% sono albanesi.
 
Quali le principali cause degli incidenti mortali? Al primo posto la morte per caduta dall’alto, ma altre cause ricorrenti sono lo schiacciamento dovuto a alla caduta dall’alto di oggetti pesanti, la folgorazione, il ribaltamento di mezzi in movimento o l’impatto con mezzi e veicoli in movimento.
 
E’ una strage quasi quotidiana le cui cause sono identificabili e preventivabili: c’è ancora troppa poca informazione e formazione alla sicurezza e troppo spesso gli adempimenti di legge vengono adottati solo sulla carta.
 
Ogni giorno chi lavora in un cantiere viene esposto a pericoli che mettono a rischio la vita lavorando in altezza senza imbracature, senza indossare l’elmetto o le scarpe antinfortunistica, senza ponteggi a norma e soprattutto senza un piano di lavoro dettagliato che tenga conto dei rischi di ogni operazione che si va a compiere.
 
Le attività di lavoro in un cantiere devono essere a norma di legge preventivate scegliendo i sistemi di sicurezza da adottare specificamente per ogni cantiere.
 
Questo l’obiettivo del Piano Operativo sulla Sicurezza che tutte le imprese devono redigere ma che troppo spesso vengono redatti su base teorica o su modelli prestampati e senza effettuare una reale valutazione dei rischi nello specifico cantiere. Ricade nella responsabilità del datore di lavoro far sì che la progettazione della sicurezza non sia solo un adempimento burocratico ma davvero un’operazione volta a tutelare i lavoratori nello svolgimento di operazioni rischiose.

Di primaria importanza quindi diffondere una reale cultura della sicurezza sul lavoro perché neanche la lista interminabile delle vittime del lavoro sembra motivare un cambiamento culturale che deve essere promosso in ogni modo.


L’OBBLIGO DEL DATORE DI LAVORO DI INFORMARE I PROPRI DIPENDENTI SUI RISCHI SPECIFICI ( 22-12-2010)


Con la sentenza n. 34771 la Corte di Cassazione ha confermato l’obbligo del datore di lavoro di informare i propri dipendenti dei rischi specifici connessi all’utilizzo di particolari sostanze nocive e o pericolose nello svolgimento delle proprie funzioni lavorative. Nella motivazione della sentenza si legge: “… tale specificità non deve arrestarsi alla esplicitazione di un mero divieto, ma deve indicare le conseguenze per la sicurezza e la salute che determinate modalità di lavoro possono comportare”.
 
Del resto tale sentenza si pone sulla scia dell’orientamento giurisprudenziale prevalente (sent. 21587/2007) per cui in caso di infortunio sul lavoro, anche mortale, il datore di lavoro è esonerato da responsabilità soltanto in occasione di un comportamento abnorme, di carattere eccezionale, tenuto dal lavoratore. Viceversa, la condotta colposa dell’infortunato, non può considerarsi causa sufficiente a produrre l’evento nonostante sia ricollegabile ai rischi insiti nell’attività lavorativa.


SICUREZZA SUL LAVORO: LE FAQ DEL MINISTERO DEL LAVORO ( 22-12-2010)


25 domande e relative risposte in altrettanti 25 documenti PDF liberamente scaricabili dalla nuova area FAQ aggiornata, del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, interamente dedicati alla sicurezza sul lavoro.

Dalla Somministrazione di lavoro e obblighi di sicurezza alle indicazioni su Spogliatoi e videosorveglianza, passando per tematiche generiche, come la formazione del datore di lavoro a più specifiche come gli Obblighi di sicurezza connessi a lavori o servizi di durata non superiore ai due giorni. Inseriti anche due nuovi quesiti in merito a Impresa familiare e obblighi di sicurezza e Requisiti professionali del RSPP.
L’esigenza di aggiornare e informare i lavoratori in merito ai loro diritti e doveri sulla sicurezza sul lavoro si fa sempre più palese, da parte di enti, Istituzioni e associazioni. Alla luce dei frequenti e recenti cambiamenti nel panorama normativo che tutela i lavoratori, il Ministero ha quindi aggiornato le risposte, fornendo per ognuna anche la data del quesito.
I documenti che possono essere scaricati dal sito del Ministero riguardano:

1) Somministrazione di lavoro e obblighi di sicurezza (art. 3, D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
2) Impresa familiare e obblighi di sicurezza (art. 21, D. lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
3) Cartella sanitaria e di rischio (art. 25, D. lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
4) Idoneità tecnico professionali delle imprese appaltatrici art. 26, D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
5) Obblighi di sicurezza connessi a lavori o servizi di durata non superiore ai due giorni (art. 26, D.Lgs. 9 aprile 2008, n.81)
6) RSPP e congedo di maternità (art. 31, D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
7) SPP unico (art. 31, D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
8) Formazione del RSPP e ASPP (art. 32, D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
9) Requisiti professionali RSPP (art. 32, D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
10) Formazione del datore di lavoro (art. 34, D. lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
11) Formazione dei lavoratori (art. 37, D. lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
12) Formazione RLS (art. 37, D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
13) Aggiornamento della formazione del RLS (art. 37, D.Lgs. 9 aprile 2008, n.81)
14) Sorveglianza sanitaria (art. 41, D. lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
15) Sorveglianza sanitaria e movimentazione terra e merci (art. 41, D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
16) Formazione addetto primo soccorso e addetto antincendio (artt. 45 e 46, D. lgs.9 aprile 2008, n. 81)
17) Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (art. 47, D. lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
18) Organismi paritetici (art.51, D.Lgs. 9 aprile 2008, n.81)
19) Dispositivi di protezione individuale (art. 74 e ss., D. lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
20) Nomina del responsabile dei lavori (art. 89, D. lgs. 9 aprile 2008, n. 81)
21) Associazioni sportive dilettantistiche
22) Registro infortuni
23) Salute e sicurezza e condominio
24) Salute e sicurezza nelle celle frigorifere
25) Spogliatoi e videosorveglianza


D.P.I.: I GUANTI ANTI VIBRAZIONI ( 23-12-2010)


Durante la Convention “ Ambiente Lavoro” di Modena, il 7 ottobre 2010 si è svolto il seminario dal titolo “Dispositivi individuali di protezione dai rischi per la salute”.

L’incontro - organizzato dall’Associazione italiana di acustica ( AIA) e dall’Associazione Italiana degli Igienisti Industriali ( AIDII) - partiva dal presupposto che malgrado i DPI trovino un largo impiego negli ambienti di lavoro, spesso le caratteristiche e le corrette modalità d’uso sono ancora poco note.

Il seminario ha fornito conoscenze in grado di consentire una scelta consapevole dei DPI e si è occupato, di dispositivi di protezione delle vie respiratorie, della vista e dell’udito, di guanti antivibranti, di valutazione dell’esposizione e protezione cutanea e delle novità nel campo dei dispositivi individuali di protezione.

Sul tema delle vibrazioni si sofferma in modo particolare l’intervento dal titolo “Guanti antivibranti”, a cura di Pietro Nataletti ( INAIL).

Dopo aver elencato una serie di produttori di questo specifico DPI, il relatore pone l’accento sull’efficacia dei suddetti dispositivi. Nel documento vengono infatti riportate numerose tabelle con i riferimenti necessari per valutare l’efficacia dei vari modelli di guanti antivibrazione, efficacia valutata in termini di trasmissibilità delle vibrazioni.

Il documento ricorda infine che la valutazione e il controllo dei rischi per la salute dei lavoratori dovuti all’esposizione a vibrazioni meccaniche, come previsto dal Decreto legislativo 81/2008, “si deve sempre basare su interventi di prevenzione tecnica”.
 
Insomma non è sufficiente la mera assegnazione di DPI anti vibrazioni. Diversamente dai DPI uditivi, non esistono DPI anti-vibrazioni in grado di proteggere adeguatamente i lavoratori e riportare i livelli di esposizione a livelli inferiori ai valori limite di esposizione”.


I 12 RISCHI IN EDILIZIA ( 23-12-2010)


Il “Comitato paritetico territoriale per la prevenzione degli infortuni, l’igiene e l’ambiente di lavoro, per le attività edilizie ed affini della provincia di Palermo” ( CPT Palermo) non solo fornisce servizi alle imprese e promuove informazione e formazione nel territorio, ma offre sul suo sito l’accesso a diversi documenti utili per approfondire le problematiche relative alla sicurezza dei lavoratori nel mondo edile.

Un documento presente sul sito del CPT di Palermo, è il “ Report: andamento delle inadempienze e dei rischi nei cantieri edili”, pubblicato il primo dicembre 2010.
Questo report delle inadempienze e dei rischi nel settore delle costruzioni a Palermo è una “analisi dell’attività del Cpt sulla base dei riscontri effettuati dai tecnici nelle visite di consulenza nei cantieri edili”.

Il documento, prendendo spunto da una analisi delle cause degli infortuni, dimostra che “la maggioranza dei casi in cui si verificano incidenti sul lavoro nel settore edile è correlabile ad un numero limitato di pericoli”, in particolare dodici pericoli:

1. caduta dei lavoratori dai tetti;
2. caduta dei lavoratori da solette piane;
3. caduta dei lavoratori da vani ascensori, lucernari e simili;
4. caduta dei lavoratori da ponteggi;
5. pericolo dovuto a sporgenze pericolose (ferri di ripresa);
6. caduta dei lavoratori entro cavità;
7. seppellimento dei lavoratori;
8. franamenti di fronti di scavo considerevoli;
9. crolli;
10. cedimenti strutturali;
11. folgorazione;
12. contatto con parti in tensione”.

Queste situazioni devono dunque diventare una “priorità assoluta anche nella organizzazione della prevenzione e sicurezza nell’ edilizia, tenendo conto in particolare della necessità di tutelare la salute dei lavoratori delle piccole imprese. E’, infatti, fra quelle che hanno meno di 5 dipendenti che si verificano il maggior numero degli infortuni mortali. Se a questi si aggiungono gli eventi mortali fra i lavoratori autonomi, si evidenzia l’importanza del ruolo dei coordinatori in materia di sicurezza, nella verifica e nel controllo delle attività anche degli autonomi all’interno dei cantieri”.


STRESS LAVORO CORRELATO: LA SINDROME DA ECCESSO DI INFORMAZIONI ( 23-12-2010)


Si può definire “sindrome da eccesso di informazioni“, ma più semplicemente si può parlare di stress che colpisce in modo particolare chi lavora in banca. Coloro che sono più esposti sono i manager, sottoposti a ritmi di lavoro incalzanti e dalle forte responsabilità, soprattutto in questo periodo di crisi economica che mette a rischio i conti di molte imprese.
 
In America– anche in seguito al fallimento di grandi banche come la Lehman brothers – i livelli di stress sono notevolmente aumentati e hanno colpito numerosi manager e lavoratori, come ha appurato uno studio della Manchester School of Management.
 
Ma anche in Italia il problema dello stress in banca sta emergendo negli ultimi tempi. Il bancario è al centro del processo di valutazione del rischio, non solo per gli aspetti ergonomici, ma per la sua realtà specifica all’interno di un contesto organizzativo ed operativo, che spesso richiede una notevole attenzione per gestire processi complessi e di grande responsabilità finanziaria.


SICUREZZA SUL LAVORO: TIPOLOGIE, FATTORI SCATENANTI E CONSEGUENZE DEL MOBBING ( 23-12-2010)


Il mobbing sul lavoro rappresenta un problema sempre più rilevante e spesso taciuto.

Il fenomeno riguarda i lavoratori di tutta l'UE e per questo la Commissione Europea ha diffuso una comunicazione che ha come obiettivo la prevenzione del mobbing sul posto di lavoro attraverso l'attuazione di una strategia a favore della salute e della sicurezza sul lavoro.
Non esiste, tuttavia, una definizione univoca del problema, che, comunque, può ritenersi: un comportamento ripetuto e irragionevole, rivolto contro un dipendente o un gruppo di dipendenti, tale da creare un rischio per la salute e la sicurezza.

Per comportamento irragionevole si intende un comportamento atto a perseguitare, umiliare, intimidire o minacciare. Il mobbing può comportare aggressioni sia verbali che fisiche, ma anche atti più subdoli come la denigrazione del lavoro di un collega o l'isolamento sociale. Dunque, si comprende facilmente quanto siano importanti le implicazioni psicologiche del problema.

La prevalenza del mobbing è massima nei posti di lavoro in cui la domanda che ricade sull'individuo è alta, così come il livello dell'ansia.

Si distinguono essenzialmente due tipi di mobbing:
 quale conseguenza di un conflitto interpersonale;
 quando la vittima non è coinvolta in un conflitto, ma si trova accidentalmente in una situazione in cui è vittima di un mobber.
I fattori che aumentano la probabilità del mobbing sono:
 una cultura organizzativa che tollera il mobbing o non lo riconosce come un problema;
 un cambiamento nell'organizzazione o l'insicurezza legata al posto di lavoro;
 la scarsa qualità del rapporta tra il personale e la direzione;
 lo scarso rapporto tra i colleghi;
 aumento del livello di stress e conflitti di ruolo.

Le conseguenze del mobbing possono essere rilevanti, sia sul piano fisico che psicologico e comprendono disturbi quali stress, depressione, fobie, fino ad arrivare a veri e propri sintomi tipici da stress post-traumatico.

Il mobbing comporta dei costi anche a livello organizzativo, con conseguente aumento dell'assenteismo e minore produttività.

Per evitare il mobbing, è importante intervenire tempestivamente; il datore di lavoro non deve aspettare che sia la vittima a lamentarsi. Bisogna migliorare l'ambiente di lavoro psicosociale, sviluppare una cultura organizzativa basata su standard e valori contro il mobbing, formulare una politica volta ad una positiva interazione sociale.


Decreto sicurezza pubblica: i riflessi in materia di lavoro ( 24-12-2010)

Legge n. 217 del 17 dicembre 2010

In Gazzetta Ufficiale del 18 dicembre 2010, n. 295

Nell'ambito della legge di conversione del decreto sicurezza pubblica (DL 12 novembre 2010, n. 187) segnaliamo alcune disposizioni che hanno riflessi in materia di lavoro:

- al personale addetto alla sorveglianza degli impianti sportivi (steward) possono essere affidati, anche altri servizi, ausiliari dell'attività di polizia, relativi ai controlli nell'ambito dell'impianto sportivo, per il cui espletamento non e' richiesto l'esercizio di pubbliche potestà;
- in presenza di violazioni gravi o reiterate, in materia di tutela del lavoro, di igiene sui luoghi di lavoro e' sempre disposta la confisca amministrativa delle cose che servirono o furono destinate a commettere la violazione e delle cose che ne sono il prodotto, anche se non viene emessa l'ordinanza - ingiunzione di pagamento.



Valutazione del rischio da stress lavoro-correlato ( 26-12-2010)

Assolombarda fornisce alcune indicazioni e precisazioni per evitare che le imprese siano indotte, in buona fede, ad azioni non coerenti con il dettato normativo:

Chiarimenti sull'utilizzo delle check list e dati da raccogliere

  • il 31 dicembre non è una data di scadenza, ma le indicazioni della Commissione Consultiva Permanente la individuano come data di avvio per percorso di valutazione: affermazioni diverse sono errate;
  • le indicazioni della Commissione parlano di “percorso”: infatti la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato non può essere esaurita da una check list (o da un metodo unico) e quanto rilevato dalle imprese deve essere ragionato. Inoltre, le indicazioni richiamano due fasi di valutazione (una preliminare e l’altra eventuale di approfondimento) ed il coinvolgimento dei necessari ruoli aziendali: questi aspetti richiedono ponderazione e programmazione (che dall'1 gennaio 2011 diventa parte integrante del documento di valutazione dei rischi);
  • data la delicatezza del tema, non è opportuno che la valutazione sia effettuata da soggetti non aggiornati sul tema. Pertanto, prima di affidare i propri dati a esterni che li richiedono, suggeriamo alle imprese di assicurarsi che questi si siano aggiornati e formati su come condurre la valutazione (2). 
    Questo intervento di formazione è necessario anche per gli RSPP interni, anche se le criticità sono sicuramente minori.
  • il passaggio delle indicazioni che prevede "In relazione alla valutazione dei fattori di contesto e di contenuto (...) occorre sentire i lavoratori e/o il RLS/RLST" è un aspetto importante che va opportunamente considerato e preparato; spesso non vi è una piena percezione della delicatezza legata a questo passaggio ed alla somministrazione ai lavoratori di strumenti (come i questionari) non coerentemente gestiti.
    E' necessaria un'azione diffusa di sensibilizzazione e, non a caso, le Istituzioni pubbliche stanno proponendo interventi di sostegno finanziario ad attività di informazione e di formazione delle funzioni aziendali e dei lavoratori. Pertanto, è bene che i professionisti conoscano questi interventi, per programmare le attività e integrarle nelle modalità di valutazione.

Gestione dei “questionari di clima” o questionari conoscitivi generali
Un altro problema rilevato riguarda le imprese che hanno già avviato la valutazione attraverso la somministrazione ai lavoratori dei cosiddetti “questionari di clima” e che oggi si trovano a dover integrare quanto fatto con le indicazioni metodologiche della Commissione Consultiva Permanente.  
Infatti, emerge la preoccupazione di fornire dati aziendali (ritenuti sensibili) alla società/studio che ha effettuato il questionario e che potrebbe dare interpretazioni non vicine alla reale situazione interna, se non perfettamente a conoscenza dei meccanismi aziendali.



Sicurezza e obblighi dell’impresa familiare ( 27-12-2010)

Il Ministero del Lavoro, con la risposta al quesito del 29 novembre 2010, fornisce chiarimenti in merito agli obblighi di sicurezza che gravano sull’impresa familiare ai sensi dell’art. 21 del D.Lgs. n. 81/2008.
 

In vero, tale impresa generalmente non deve adottare le ordinarie misure di prevenzione previste dal Testo Unico sulla Sicurezza, essendo tenuta, in virtù dell’art. 21 della suddetta normativa, ad utilizzare attrezzature e dispositivi individuali di sicurezza.

Tuttavia, laddove i componenti dell’impresa dovessero assumere la veste di lavoratori subordinati, il titolare dell’impresa familiare - quale datore di lavoro - ha l’obbligo di adottare tutte le misure di tutela della salute e sicurezza di cui al T.U., fra cui l’obbligo di valutazione dei rischi, della redazione del DVR o dell’autocertificazione, della nomina del medico competente, della formazione ed informazione, della sorveglianza sanitaria, ecc.



PREVENZIONE INCENDI: I NUOVI TERMINI PER ALBERGHI E STRUTTURE RICETTIVE ( 27-12-2010)


I gestori di esercizi alberghieri e di altre strutture ricettive con più di 25 posti letto hanno un altro anno di tempo per adeguarsi alle disposizioni antincendio. Lo stabilisce una norma introdotta su proposta del Ministro del Turismo, On. Michela Vittoria Brambilla, nel testo del Decreto "Milleproroghe", approvato dal Consiglio dei Ministri. Il nuovo termine è fissato infatti al 31 dicembre 2011.

La disposizione rinvia adempimenti che risulterebbero molto gravosi soprattutto per le imprese più piccole.
 
"La proroga del termine per l'adeguamento alla normativa antincendio - afferma il Ministro Brambilla - ci è stata richiesta dalle associazioni di categoria per le imprese che, data la criticità del momento economico, non hanno ancora potuto provvedere ai relativi adeguamenti, e si rende necessaria per evitare che molte aziende alberghiere siano costrette a sospendere la propria attività, con gravi ricadute negative anche sull'intero settore turistico".
 


VALUTAZIONE DEI RISCHI, AUTOCERTIFICAZIONE E STRESS LAVORO-CORRELATO ( 27-12-2010)


L’ultima circolare per quanto attiene la valutazione del rischio stress lavoro-correlato prevede che si dia conto dell’esito sul DVR. Da una prima lettura della circolare sorge però immediatamente un dubbio e un relativo quesito: Se un’azienda non ha l’obbligo della redazione del documento di valutazione dei rischi ma ricorre alla facoltà dell’autocertificazione deve comunque redigere il DVR a seguito di tale circolare?

Come spesso accade dietro ad ogni quesito sull’applicazione del D. Lgs. n. 81 e s.m.i., contenente il Testo Unico in materia di salute e di sicurezza sul lavoro, si cela una carenza, una imprecisione o comunque la poca chiarezza con la quale sono state dettate le disposizioni di legge in materia. Questa volta il dubbio sotto la lente riguarda l’obbligo della valutazione del rischio stress lavoro ed è legato sostanzialmente ad una imprecisione che è possibile riscontrare nella lettura del documento.

La risposta al quesito viene rilevata però direttamente dal dettato normativo nel quale il legislatore, dopo aver specificatamente indicato nell’art. 28 comma 1 che fra i rischi da valutare debba essere preso in esame anche quello legato allo stress lavoro-correlato, con l’art. 29 comma 5 dello stesso decreto legislativo con il quale sono state fissate le modalità di valutazione di tutti i rischi e ha dato la facoltà alle aziende fini a 10 lavoratori, sempre che non svolgano attività a particolare rischio e le aziende in cui si svolgono attività che espongono i lavoratori a rischi chimici, biologici, da atmosfere esplosive, cancerogeni mutageni, connessi all'esposizione ad amianto, di potere autocertificare, in attesa che un apposito decreto interministeriale fissi le procedure standardizzate, la effettuazione della valutazione dei rischi.

È comunque importante a proposito ribadire che autocertificare la valutazione dei rischi non significa omettere di effettuare la valutazione dei rischi stessi, ma viene concessa la possibilità di compilare, al posto di elaborare il DVR nella sua completezza, una autocertificazione nella quale vanno comunque indicati, sia pure sinteticamente, i rischi individuati nel proprio ambiente di lavoro, nonché i criteri adottati per valutarli, le misure individuate per eliminarli o ridurli al minimo. A corredo di tale autocertificazione è necessario però raccogliere tutta la documentazione finalizzata a dimostrare di aver fatta effettivamente tale valutazione e da esibire al personale degli organi di vigilanza nell’ambito della loro attività ispettiva.

È chiaro, dunque, che il datore di lavoro può far ricorso, sussistendone le condizioni, all’autocertificazione della valutazione del rischio stress lavoro-correlato.


LE NOVITA’ DEL DLGS. 106/2009 ( 27-12-2010)


Il Testo Unico 81 del 2008 ha accorpato la maggior parte delle normative esistenti sul tema della sicurezza del lavoro, sintetizzando e semplificando le varie direttive. A distanza di appena un anno, però, il legislatore ha varato un nuovo Decreto – il n° 106 del 2009, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nell’agosto scorso. In realtà si tratta di Disposizioni integrative e correttive, che rinforzano alcuni concetti del Testo Unico 81.
Qui in seguito alcuni punti importanti del nuovo D.lgs. 106/2009:
1. Sospensione delle attivita’ (art. 14). Per combattere il lavoro sommerso, nel caso di impiego di personale irregolare in misura pari o superiore al 20% del totale dei lavoratori presenti sul luogo di lavoro, gli organi di vigilanza del Ministero del Lavoro, possono adottare provvedimenti sospensivi dell’attività delle imprese, per un periodo non superiore a 2 anni.
2. Obblighi connessi ai contratti di appalto o d’opera o somministrazione (artt. 26-28). Sono meglio specificati gli obblighi per le aziende in relazione ai contratto di appalto e subappalto, incluso i vari documenti di valutazione dei rischi.
3. Sistema di qualificazione delle imprese: Patente a punti (art. 27) E’ una novità riferita soprattutto all’edilizia: nasce un sistema di qualificazione degli operatori economici, per
verificare la loro idoneità e assicurare vantaggi per la partecipazione ad appalti pubblici e per l’accesso ad agevolazioni, finanziamenti e contributi. Più sicurezza, più punti.
4. Adeguamento del documento di valutazione dei rischi (art. 29) Viene modificato il comma 3 dell’art. 29 del T.U. 81/09 e si stabilisce che il datore di lavoro deve rielaborare il Documento di valutazione dei rischi, tenendo in considerazione le modifiche al processo produttivo e dell’organizzazione produttiva, al fine di tutelate la salute e sicurezza dei lavoratori.

5. Formazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti (art. 37) Dirigenti e lavoratori devono ricevere un’adeguata formazione e un aggiornamento periodico, effettuata da personale esperto sul luogo di lavoro, oppure presso gli organismi paritetici, scuole edili o presso le associazioni sindacali dei datori di lavoro o dei lavoratori.

6. Misure di sicurezza nei cantieri temporanei o mobili (art. 88 segg.) Numerose le modifiche e le integrazioni alla disciplina sulla sicurezza nei cantieri temporanei o mobili, dalla lettera A alla lettera M tutte le novità.

7. Sanzioni. Il D.lgs 106/2009 modifica il capitolo delle sanzioni previste dal Testo Unico 81 ed ora risulta meno oneroso. In particolare le sanzioni amministrative in materia di sicurezza sul lavoro vengono rivalutate ogni cinque anni in misura pari all’indice Istat dei prezzi di consumo.


AGENTI CHIMICI: LE PRESCRIZIONI MINIME IN TEMA DI SICUREZZA E SALUTE DEI LAVORATORI ( 27-12-2010)


I lavoratori che usano agenti chimici dovrebbero conoscere le sostanze che usano per evitare problemi di salute.
 
E’ l’indicazione più importante fornita dal Testo Unico 81/2008, parlando di “prescrizioni minime” nel Titolo IX della nuova normativa. Per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori è dunque necessario:
 
 identificare gli agenti chimici pericolosi che si utilizzano all’interno di una attività produttiva e valutare ogni possibile rischio sulla salute dei lavoratori.
 
 considerare l’ipotesi di sostituire tali sostanze chimiche con altri preparati di minor rischio per la salute.
 
 limitare il numero dei lavoratori che utilizzano tali sostanze e che dunque possono essere ersposti ai rischi conseguenti.
 
 usare gli agenti chimici solo nel luogo di lavoro.
 verificare il procedimento e il metodo adottato nell’utilizzo di agenti chimici.
 
 verificare eventuali incompatibilità con altre sostanze e le possibili reazioni che si possono scatenare, mettendo a rischio la slaute dei lavoratori.
 
 predisporre le modalità di conservazione degli agenti chimici: in alcune circostanze, infatti, tali sostanze possono reagire a mutazioni climatiche e ambientali.
 
 verificare periodicamente l’esposizione dei lavoratori attraverso apposite apparecchiature di misurazione
 
 informare e formare i lavoratori, attraverso circolari, depliant, incontri formativi, affinché conoscano i rischi a cui possono andare incontro con l’utilizzo di agenti chimici all’interno della propria attività.
 
 usare Dispositivi di protezione individuale (DPI) in modo corretto


LE RESPONSABILITA’ DEL MEDICO COMPETENTE ( 28-12-2010)


Attraverso un intervento, apparso nel numero di ottobre/dicembre 2010 del Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia in “Profili di responsabilità del Medico Competente” –a cura di Anna Guardavilla - si indica che “il medico competente può rispondere penalmente sia per la commissione di reati contravvenzionali (i reati, gli illeciti penali, si possono distinguere in delitti e contravvenzioni, ndr) consistenti nella violazione di norme prevenzionali sia per reati di evento in caso di insorgenza di una malattia professionale o di verificazione di un infortunio”.
Nel caso dei reati di evento la potenziale responsabilità del medico competente “non è limitata alla sola ipotesi delle malattie professionali bensì è estesa anche all‟ambito infortunistico, in virtù dei compiti e degli obblighi di natura collaborativa che gravano sul medico e in virtù della progressiva estensione che negli anni ha interessato l‟area di operatività della sorveglianza sanitaria come afferente non solo all‟ambito della salute ma anche a quello della sicurezza.
Riguardo alla responsabilità per reati contravvenzionali si ricorda che questi reati “sono definiti nel linguaggio giuridico „reati propri‟, espressione con la quale si intende designare i reati nei quali l‟illecito può essere commesso solo da una persona in possesso di una certa qualifica giuridica. Come a dire, solo un soggetto rivestito della qualifica di medico competente può violare l‟articolo 25 del D.Lgs. 81/08 così come solo un datore di lavoro può violare l‟articolo 17 del medesimo decreto”.

L‟autrice conclude che, quello presentato, è in estrema sintesi “il quadro delle responsabilità del medico competente alla luce degli orientamenti della giurisprudenza di legittimità e più in generale dell‟evoluzione del percorso legislativo”.
 
Percorso legislativo “che va sempre più nella direzione di delineare una figura di medico competente che, per usare le parole della Cassazione, non ha soltanto il compito di procedere alle visite obbligatorie nell’interesse del lavoratore ma anche quello di essere il consulente del datore di lavoro/ dirigente in materia sanitaria, di esserne l’alter ego in questa materia, con funzioni, quindi, di consiglio e di stimolo” e a cui vengono richiesti “requisiti professionali, formativi e di specializzazione nell‟ambito del settore specifico della SSL sempre più incisivi”.


MALATTIE PROFESSIONALI: LINEE GUIDA DAL FRIULI VENEZIA GIULIA ( 28-12-2010)


Il Friuli Venezia Giulia ha deciso di indagare a fondo in merito al problema delle patologie professionali e agli incidenti sul lavoro. La Direzione centrale Salute, Integrazione sociosanitaria e Politiche sociali della regione ha infatti presentato di recente un “Atlante delle malattie professionali in Friuli Venezia Giulia“, che fa una prima analisi, basata sul periodo 2000 e il 2007, di questi fenomeni.
 
L‟obiettivo è quello di tracciare un quadro preciso che serva da base ad un monitoraggio costante del fenomeno e dunque come punto di partenza per mettere a punto interventi di prevenzione adeguati alla situazione reale.
 
L‟idea è dunque quella di conoscere per poter intervenire in modo efficace. Questo perché, anche in base ai soli dati dell‟Inail, che evidenziano la presenza di circa 1.200 nuove patologie professionali all‟anno, le istituzioni non hanno potuto che prendere atto che quello della sicurezza legata al lavoro è un rilevante problema sociale e di salute pubblica.
 
Nell‟atlante un particolare rilievo viene dato alle „tecnopatie‟ visto che l‟analisi ha rivelato come, se pur si registrino solo quattro tecnopatie ogni cento infortuni, quelle con esito mortale sono tre volte superiori alle morti per infortunio.
 
Sempre nell‟atlante si evidenzia come le malattie professionali nel periodo 2000 – 2007 siano rimaste sostanzialmente invariate nel numero ma siano invece mutate nella loro composizione con un calo consistente di quelle „tabellate‟ per le quali evidentemente sono state adottate le necessarie precauzioni anche dal punto di vista della formazione e informazione mentre risultano aumentate quelle „non tabellate‟, cioè di nuovo tipo. In particolare crescono i problemi di tipo osteoarticolare connessi all‟attività lavorativa.
 
Da evidenziare tuttavia che sempre nel periodo di riferimento sono statti registrati circa 500 casi di tumore da amianto, una piaga che, nonostante le ormai acquisite conoscenze sulla pericolosità di questo materiale, continua a colpire, in Friuli ma anche nel resto d‟Iltalia.


DAGLI USA UNA RICERCA SULLE MALATTIE PROFESSIONALI NELL’INDUSTRIA DEI SEMICONDUTTORI ( 28-12-2010)


L‟Università di Vanderbilt ha condotto un esauriente studio su più di 100 mila lavoratori occupati nell‟industria dei semiconduttori per monitorarne lo stato di salute e l‟incidenza di mortalità per cancro.
 
Dallo studio emerge che non esiste correlazione tra decessi per cancro e le condizioni di lavoro in ambienti sterili cui questi lavoratori sono sottoposti per la produzioni di wafer, sottili fette di materiali semiconduttori su cui si costruiscono i circuiti integrati.
 
La ricerca in merito è stata condotta in un arco temporale di cinque anni da una squadra composta da ricercatori del Dipartimento di Medicina dell‟Università di Vanderbilt e dal Vanderbilt-Ingram Cancer Center.
 
Principale risultato dello studio, così come asserito dai ricercatori che lo hanno condotto, è che il lavoro nelle industrie americane di semiconduttori, compresa la produzione di wafer in ambienti sterili, non è associato con un aumento della mortalità per cancro.
 
Lo studio altresì non ha rilevato un aumento di mortalità per cause diverse dal cancro anche mettendo a raffronto dati che riguardano i lavoratori impiegati nelle camere sterili con lavoratori non impiegati nelle fasi di produzione.
 
Lo studio è stato condotto attraverso l‟analisi della storia lavorativa e della valutazione dell‟esposizione ai rischi chimici di 100.081 lavoratori impiegati nelle fabbriche di semiconduttori americane tra il 1968 e il 2002. Il gruppo di lavoratori presi a campione dalla ricerca per uniformità di storia professionale e di esposizione al rischio è composto da 14,280 soggetti che hanno iniziato l‟attività lavorativa prima del 1983.
 
Il presidente emerito della SIA, George Scalise, ha ricordato come la SIA, consapevole dei rischi che i lavoratori corrono nella produzione di semiconduttori ha sempre rivolto la massima attenzione alla loro protezione e finanziato ricerche che permettessero di comprendere per tempo le possibili conseguenze dannose di alcune attività.
 
Questo studio si va ad aggiungere quindi ad un corpo di studi già avviato e ne rappresenta un ulteriore passo avanti, con la consapevolezza che non si può mai smettere di ricercare per aumentare conoscenze necessarie a prevenire le malattie dei lavoratori e garantire loro ambienti di lavoro sani e sicuri.“SIA continuerà a devolvere ingenti risorse ed energie per supportare programmi di ricerca – ha ricordato Scalise – e programmi che ci facciano raggiungere continui miglioramenti in azienda per la salute, la sicurezza e la tutela dell‟ambiente”.


SICUREZZA SUL LAVORO: PUBBLICATA LA LEGGE 217/2010 ( 28-12-2010)


E' stata pubblicata, sulla Gazzetta Ufficiale n. 295 del 18 dicembre 2010, la Legge 17 dicembre 2010 , n. 217, di conversione, con modificazioni, del Decreto Legge n. 12 novembre 2010 , n. 187, recante misure urgenti in materia di sicurezza.
Per quanto riguarda la materia lavoro, interessanti sono:
1. l'articolo 2 conferisce ulteriori compiti agli steward presenti negli impianti sportivi. In particolare, altri servizi, ausiliari dell'attività di polizia, relativi ai controlli nell'ambito dell'impianto sportivo, per il cui espletamento non è richiesto l'esercizio di pubbliche potestà o l'impiego operativo di appartenenti alle Forze di polizia.
2. l'articolo 9 contenente modifiche alla Legge 24 novembre 1981, n. 689, in materia di confisca. In particolare, all'articolo 20 della legge 24 novembre 1981, n. 689, dopo il terzo comma e' inserito il seguente: «In presenza di violazioni gravi o reiterate, in materia di tutela del lavoro, di igiene sui luoghi di lavoro e di prevenzione degli infortuni sul lavoro, e` sempre disposta la confisca amministrativa delle cose che servirono o furono destinate a commettere la violazione e delle cose che ne sono il prodotto, anche se non venga emessa l‟ordinanza - ingiunzione di pagamento.
 
La disposizione non si applica se la cosa appartiene a persona estranea alla violazione amministrativa ovvero quando in relazione ad essa è consentita la messa a norma e quest‟ultima risulta effettuata secondo le disposizioni vigenti.».

Inoltre al Capo III, art. 6 del Decreto sono state inserite le "Disposizioni sulla Tracciabilità dei Flussi Finanziari".


Terza proroga del SISTRI ( 28-12-2010)

Sistri: in arrivo una nuova proroga di 5 mesi?

In arrivo un decreto che farà slittare di 5 mesi l'entrata in vigore del sistema di tracciabilità. A dichiararlo il ministro dell'Ambiente, On. Stefania Prestigiacomo, durante un suo intervento in Aula alla Camera dei deputati.

Slitterà forse di 5 mesi l'entrata in vigore del sistema di tracciabilità. A breve dovrebbe essere emanato un decreto ministeriale che prorogherà di cinque mesi l'avvio del Sistri, il sistema di tracciabilità dei rifiuti, rinviando di conseguenza la decorrenza delle sanzioni a carico delle imprese. A dichiararlo il ministro dell'Ambiente, On.Stefania Prestigiacomo, durante un suo intervento in Aula alla Camera dei deputati.

La terza proroga arriva a seguito delle numerose richieste formulate da parte di tutte le componenti imprenditoriali, a causa dei ritardi nella distribuzione dei dispositivi previsti dal SISTRI (usb e black box), nonché delle difficoltà di utilizzo del sistema stesso che si sono registrate in questi mesi.

Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, si legge in una nota"prende atto con soddisfazione della decisione del ministro Prestigiacomo di emanare un decreto per prorogare di cinque mesi il periodo di verifica della funzionalità del Sistri, rinviando di altrettanti mesi la decorrenza delle sanzioni a carico delle imprese ed evitando così un impatto sul sistema produttivo che sarebbe stato insopportabile".



Rifiuti dei cantieri edili ( 29-12-2010)

Ritorna il registro di carico e scarico

Con una modifica all’articolo 212, 8 comma del Codice dell’ambiente da parte del D.Lgs del 3 dicembre 2010, n. 205 torna in vigore l’obbligo di tenere un registro di carico e scarico dei rifiuti non pericolosi, per ciascun cantiere in cui si opera.

Il D. Lgs 205/2010 (di attuazione della direttiva 2008/98/CE) ha modificato la Parte Quarta del Codice Ambiente (Dlgs 205/2006) coordinandola con il sistema di tracciabilità dei rifiuti SISTRI che entrerà in vigore il 1° gennaio 2011.

Con una modifica all’articolo 212, comma 8, del Codice Ambiente, viene stabilito che il soggetto che intende raccogliere e trasportare i propri rifiuti non pericolosi, non aderendo al sistema SISTRI, dovrà dotarsi di un registro di carico e scarico.



Rifiuti, cambia tutto! Il correttivo contiene anche le disposizioni sul SISTRI e sulle relative sanzioni ( 29-12-2010)

Rispettando i tempi previsti dalla direttiva 2008/98/CE sui rifiuti, e' stato pubblicato in G.U. il decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205 che attua il provvedimento comunitario e modifica radicalmente la Parte Quarta del D.Lgs. n. 152/2006 (c.d. T.U. Ambientale). Il nuovo correttivo del TUA ospita anche le disposizioni sul SISTRI e sulle relative sanzioni per le quali le imprese avevano invocato fino all'ultimo una proroga.

Senza voler contare le numerose, singole, “piccole” modifiche apportate al TUA (D.Lgs. n. 152/2006) nel corso dei suoi primi quattro anni di “vita”, il D.Lgs. n. 205/2010 rappresenta il “quarto correttivo” al provvedimento che aveva tentato di operare un riordino generale della normativa ambientale, raccogliendo innanzitutto in un unico testo gran parte delle previsioni relative a valutazione d'impatto ambientale (VIA), valutazione ambientale strategica (VAS) e autorizzazione integrata ambientale (AIA e IPPC), difesa del suolo, dell’aria e delle acque dall'inquinamento, gestione delle risorse idriche e dei rifiuti, bonifica dei siti inquinati e tutela risarcitoria contro i danni all'ambiente.

Partorito sul finire della XIV legislatura (Governo Berlusconi III) in attuazione della legge-delega n. 308/2004, il TUA già poco dopo la sua entrata in vigore (29 aprile 2006) veniva sottoposto – nel corso della XV legislatura (Governo Prodi II) – ai primi corposi interventi ad opera di due decreti correttivi (D.Lgs. 284/2006 e D.Lgs. 4/2008).

Con l’avvicendarsi dei governi e delle maggioranze, nel corso della XVI legislatura (Governo Berlusconi IV) si è pensato di tornare a modificare il TUA e con l'art. 12, legge 69/2009 è stata conferita una nuova delega al governo - da esercitare entro il 30 giugno 2010 - in materia ambientale da esercitare nel rispetto dei principi e criteri direttivi stabiliti dalla originaria legge n. 308/2004.

Pertanto, sono stati presentati alle Camere i seguenti provvedimenti:

- uno schema di decreto legislativo recante disposizioni correttive e integrative al TUA (Atto del Governo n. 220), ed in particolare, alle parti Prima (Disposizioni comuni e principi generali), Seconda (VIA, VAS e IPPC) e Quinta (tutela dell'aria e di riduzione delle emissioni in atmosfera);

- uno schema di decreto legislativo (Atto del Governo n. 250). - predisposto ai sensi dell’allegato B della legge n. 88/2009 (legge comunitaria 2008) – che nel recepire la direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti prevedeva la modifica della Parte quarta (Norme in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinati) del TUA.

Il primo schema si è poi tradotto nel D.Lgs. 29 giugno 2010, n. 128, “Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale, a norma dell'articolo 12 della legge 18 giugno 2009, n. 69” (GU n. 186 dell’11 agosto 2010 – S.O. n. 184), mentre il secondo è divenuto, per l’appunto, il decreto in commento, e cioè il D.Lgs. 3 dicembre 2010, n. 205, “Disposizioni di attuazione della direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 relativa ai rifiuti e che abroga alcune direttive” (G.U. n. 288 del 10 dicembre 2010 – S.O. n. 269).

In ogni caso, rimangono ancora in attesa di emanazione molti dei decreti attuativi del TUA.

La riforma della Parte Quarta del TUA: il DLgs n. 205/2010

Il D.Lgs. n. 205/2010 entrerà in vigore il prossimo 25 dicembre e risulta composto da 39 articoli e da 5 allegati.

Spostando l’inciso dal comma 1 dell’art. 178, TUA al comma 2 dell’art. 177, TUA, l'art. 1, D.Lgs. n. 205/2010 ribadisce che “La gestione dei rifiuti costituisce attività di pubblico interesse”.

In particolare, secondo la nuova formulazione dell’art. 178, TUA (ora rubricato “Principi” e non più “Finalità”) introdotta dall’art. 2, D.Lgs. n. 205/2010, “La gestione dei rifiuti è effettuata conformemente ai principi di precauzione, di prevenzione, di sostenibilità, di proporzionalità, di responsabilizzazione e di cooperazione di tutti i soggetti coinvolti nella produzione, nella distribuzione, nell’utilizzo e nel consumo di beni da cui originano i rifiuti, nonché del principio chi inquina paga. A tale fine la gestione dei rifiuti è effettuata secondo criteri di efficacia, efficienza, economicità, trasparenza, fattibilità tecnica ed economica, nonché nel rispetto delle norme vigenti in materia di partecipazione e di accesso alle informazioni ambientali.”

In sintesi, ecco alcune delle novità previste dal D.Lgs. n. 205/2010:

- l’inserimento nella norma dedicata ai “Criteri di priorità nella gestione dei rifiuti” (art. 179, TUA) della c.d. “gerarchia dei rifiuti” [la gestione dei rifiuti dovrà ora rispettare la migliore opzione ambientale secondo la seguente gerarchia:

a) prevenzione;

b) preparazione per il riutilizzo;

c) riciclaggio;

d) recupero di altro tipo;

e) smaltimento)];

- l'introduzione della responsabilità estesa del produttore del prodotto (nuovo art. 178-bis, TUA);

- l’ingresso “ufficiale” del riciclaggio dei rifiuti nel TUA (a partire dalla modifica della rubrica dell’art. 181, TUA);

- una nuova sfilza di definizioni (con la sostituzione dell’art. 183, TUA);

- una nuova definizione di sottoprodotto (nuovo art. 184-bis) che, pur già prevista nel nostro ordinamento (a seguito delle modifiche operate a suo tempo dal D.Lgs n. 4/2008) mira ad essere più fedele a quanto disposto dalla direttiva 2008/98/CE (art. 12, D.Lgs. n. 205/2010 rubricato “Sottoprodotto e cessazione della qualifica di rifiuto”);

- la possibilità di riutilizzare terre e rocce da scavo considerando tale materiale, in assenza di contaminazioni, come sottoprodotto;

- una nozione di CDR tesa a permettere la produzione di energia dai rifiuti, valorizzandone l’aspetto di risorsa economica;

- la previsione di apposite norme (nuovo art. 188-bis, TUA e ss.) sul nuovo sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti (Sistri) e sulle sanzioni ad esso relative;

- la definizione di specifici obiettivi di recupero per una serie di materiali (vetro, carta, plastica e metalli).

Il DLgs n. 205/2010 ed il SISTRI

Come accennato, il DLgs n. 205/2010 provvede ad inserire “ufficialmente” nel corpo del TUA le previsioni di cui al D.M. 17 dicembre 2009 (istitutivo del SISTRI) nonché una serie di norme che dettano le sanzioni applicabili a partire dal 1° gennaio 2011 nel caso di violazione della disciplina relativa al nuovo sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti.

Nessun riscontro, dunque, è stato dato alle richieste avanzate da parte di Confindustria e di Rete Imprese Italia, che in accordo in tal senso alla CNA, avevano rilevato la necessità di più tempo “per gestire adeguatamente le nuove complesse procedure e per attuare quegli interventi sul sistema informatico e sul sistema gestionale che sembrano assolutamente indispensabili”. In particolare, la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia e il presidente di Rete Imprese Italia, Carlo Sangalli, avevano rivolto un “appello al buon senso” al Ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, chiedendole la sospensione di dodici mesi delle sanzioni per le imprese.

Nulla da fare, dunque, da questo punto di vista (… a meno di sorprese nel prossimo “milleproroghe”) e, così, al termine della fase transitoria di tre mesi prevista dal D.M. 28 settembre 2010 (durante la quale è consentita la convivenza dei due sistemi di tracciabilità della gestione e produzione dei rifiuti e cioè quello “vecchio” cartaceo e quello nuovo informatico), per i soggetti obbligati al SISTRI, scatteranno gli obblighi di inserire i dati nel SISTRI e di rispettare la specifica disciplina, disattesi quali saranno applicabili le sanzioni ora introdotte nel TUA dal D.Lgs. n. 205/2010.

In particolare:

- l’art. 16, D.Lgs. n. 205/2010 sostituisce gli artt. 188, 189 (Catasto dei rifiuti), 190 (Registri di carico e scarico) e 193 (Trasporto dei rifiuti) del TUA ed introduce ex novo gli artt. 188-bis (Controllo della tracciabilità dei rifiuti) e 188-ter (SISTRI);

- l’art. 35 ma più in particolare l'art. 36 provvedono ad introdurre nel TUA le sanzioni relative alla violazione della normativa sul SISTRI, inserendo dopo l’art. 260 del TUA gli articoli 260-bis (SISTRI) e 260-ter (Sanzioni amministrative accessorie. Confisca).

G.U. 10/12/2010, n. 288
 
di Claudio Bovino


SISTRI, rinvio ufficiale ( 29-12-2010)


Approda in Gazzetta Ufficiale il decreto, già anticipato nei giorni scorsi, che proroga al 31 maggio 2011 l'entrata in vigore del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti.

Il decreto del 22 dicembre 2010, inoltre, rinvia al prossimo 30 aprile il termine per la presentazione del c.d. miniMUD per i rifiuti prodotti o gestiti nel corso del 2010. Con riferimento alle informazioni relative relativi al 2011, comunicazioni entro il 31 dicembre 2011

(D.M. Ministero ambiente e tutela territorio 22/12/2010, G.U. 28/12/2010, n. 302)


MALATTIE PROFESSIONALI: NUOVI PROGETTI DI RICERCA ( 30-12-2010)


Una Commissione tecnico scientifica composta da rappresentanti dell’Inail, dell’ex Ispesl, da tecnici del Ministero del Lavoro e da esperti in rischi lavorativi e malattie professionali hanno selezionato i progetti di ricerca ammessi a finanziamento da parte dell’Inail. I progetti scelti sono diciannove su i cinquanta candidati che hanno risposto al bando indetto da Inail e scaduto lo scorso 30 giugno.
 
Sono progetti presentati da Istituti accademici, scientifici e di alta specializzazione che hanno come oggetto studi e ricerche per la prevenzione del fenomeno infortunistico.
 
E’ compito dell’istituto assicurativo favorire attività di ricerca al fine di acquisire maggiori conoscenze sui rischi lavorativi e sulle nuove malattie professionali, in modo da poter migliorare il sistema di tutela integrale offerta ai soggetti assicurati. In questa ottica per il 2010 sono stati ritenuti di interesse prioritario tematiche e progetti legati alle malattie professionali e che incrementassero e approfondissero le conoscenze della epidemiologia e/o della fisiopatologia clinica del fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle tecnopatie.
 
In modo più specifico l’Inail ha voluto devolvere i contributi a ricerche dedicate allo studio delle
1. malattie a genesi multifattoriale e neurodegenerative;
2. malattie causate da amianto, radon ed onde elettromagnetiche;
3. malattie più tipicamente legate al settore agricolo. I risultati conseguiti attraverso queste attività di ricerca saranno resi disponibili per tutti i soggetti che concorrono al raggiungimento di sempre migliori standard di protezione e prevenzione per la salute e la scurezza dei lavoratori.


LAVORATRICI GESTANTI: I RISCHI DOVUTI ALL’ESPOSIZIONE A SOLVENTI ( 30-12-2010)


Uno studio francese effettuato su un campione di 3.400 donne ha stabilito una relazione tra la frequenza di esposizione professionale a solventi all'inizio della gravidanza e la comparsa di malformazioni alla nascita.
 
Tra le donne più esposte, il rischio di dare alla luce un bambino con un difetto alla nascita è di circa 2,5 volte superiore rispetto alle donne non esposte. I difetti maggiori alla nascita rilevati sono nella zona della bocca (labbro leporino), renali e malformazioni delle vie urinarie e le malformazioni genitali nei maschi.


MALATTIE PROFESSIONALI: NON TUTTI I LAVORATORI SONO UGUALI DI FRONTE AL CANCRO ( 30-12-2010)


Indagini europee e nazionali, condotte tra i lavoratori mostrano per esempio che gli operai sono molto più esposti ad agenti cancerogeni degli impiegati.

Nuovi studi epidemiologici hanno recentemente confermato queste disuguaglianze di fronte ai tumori associati con il lavoro. I risultati preliminari degli studi di Cecile e ICARE sono stati presentati in un convegno sul tema "Cancro e lavoro" celebrato a metà dicembre a Parigi.

Lo studio CECILE, facendo rilevazioni su un campione di 2.500 donne, ha mostrato un aumento del rischio di cancro tra le infermiere, le lavoratrici dell'industria tessile e le donne che lavorano la notte.

Un altro studio, ICARE, ha evidenziato un eccesso di tumori dell'apparato respiratorio superiore e dell'apparato digerente tra le donne di pulizia, e le donne coinvolte nella lavorazione dei metalli e la finitura.


SICUREZZA SUL LAVORO E STRESS LAVORO-CORRELATO: I PUNTI DEBOLI DELLA NORMATIVA ( 30-12-2010)


Entro fine anno le aziende saranno obbligate a rilasciare il documento sui rischi legati allo stress lavoro correlato. Un passo in avanti, sulla carta, in tema di sicurezza. Ma secondo alcuni esperti del settore "i progressi sono tutti da verificare".
L’adempimento dell’obbligo di misurazione dello stress da lavoro correlato nella aziende italiane, non convince su molti punti alcuni esperti del settore.

Il documento, stilato in armonia con le attuali norme comunitarie, mostra parecchi punti deboli a partire dalla data del termine ultimo, il prossimo 31 dicembre, per l’elaborazione del documento di valutazione "preliminare", ovvero quella che in una prima fase è mirata alla rilevazione di indicatori "oggettivi e verificabili" attraverso modelli ufficiali di rilevazione (come quello dell’Ispesl, ad esempio).
 
Gli indicatori riguardano eventi sentinella (indici infortunistici, assenze per malattia, turnover, specifiche e frequenti lamentele formalizzate da parte dei lavoratori); fattori di contenuto del lavoro (ambiente di lavoro e attrezzature, carichi e ritmi di lavoro, orario e turni, corrispondenza tra le competenze dei lavoratori e i requisiti professionali); fattori di contesto (ruolo nell'ambito organizzativo, autonomia decisionale e controllo, conflitti interpersonali).


DALLA COMMISSIONE EUROPEA LA DIRETTIVA “SEVESO II” ( 30-12-2010)


La direttiva Seveso, emanata nel 1976 a seguito di un grave incidente presso un impianto chimico a Seveso (Italia) previene incidenti legati all'utilizzo di grandi quantità di sostanze pericolose e riguardano circa 10 000 impianti industriali situati nell'UE. In base ad essa gli operatori degli impianti in cui sono presenti sostanze pericolose devono dichiarare le proprie attività e definire una politica di prevenzione degli incidenti rilevanti.
Le autorità pubbliche sono tenute invece ad aggiornare i relativi ai piani di emergenza interna e le informazioni pubbliche sulle misure di sicurezza per gli stabilimenti di livello superiore, l'effetto domino, la pianificazione territoriale, la notifica di incidenti e i controlli.
La Commissione europea ha presentato il 21 dicembre una proposta di normativa volta a consolidare le norme sul controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze chimiche. La revisione della direttiva cosiddetta "Seveso II" permetterà di adeguare la normativa alle modifiche introdotte nella legislazione UE sulle sostanze chimiche, nonché di chiarire e aggiornare altre disposizioni. Verranno inoltre introdotti standard di controllo più severi e verrà perfezionato il livello e la qualità delle informazioni disponibili al pubblico in caso di incidenti. La nuova direttiva dovrà essere applicata dal 1° giugno 2015.
Una revisione della direttiva è risultata necessaria a seguito dell'adozione di norme volte ad armonizzare il sistema di classificazione UE con il sistema globale armonizzato elaborato dalle Nazioni Unite. Gli stessi pericoli saranno dunque descritti ed etichettati in ugual modo in tutto il mondo.

Le altre modifiche principali proposte includono nuove disposizioni più rigorose relative al pubblico accesso alle informazioni sulla sicurezza, la partecipazione ai processi decisionali, l'accesso alle vie legali e miglioramenti delle modalità di raccolta, gestione, diffusione e condivisione delle informazioni.

La proposta introduce inoltre standard più severi relativi ai controlli degli impianti per garantire un'efficace attuazione delle norme di sicurezza. Le restanti modifiche riguardano aspetti tecnici, tra cui la riduzione degli oneri amministrativi superflui.

La revisione dovrebbe mantenere e addirittura migliorare gli attuali standard di protezione, senza incidere esageratamente sui costi. La nuova direttiva proposta è il frutto di un processo di revisione che ha visto coinvolte le parti interessate e di diversi studi sull'efficacia delle norme attuali e sull'impatto di possibili opzioni volte ad apportare miglioramenti.


L’OSSERVATORIO EPIDEMIOLOGICO NAZIONALE E’ ADESSO ONLINE ( 31-12-2010)


E’ online da qualche giorno il sito internet dell’Osservatorio Epidemiologico Nazionale sulle condizioni di salute e sicurezza negli ambienti di vita dell’ EX-ISPESL con i rappresentanti diversi Istituti, Associazioni e Ministero dell’Interno e della Salute.

Il ruolo dell’Osservatorio è informativo e di promozione della cultura della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro. Tra le attività, oltre a quelle dedicate alla ricerca e alla ideazione di progetti di comunicazione, anche la formazione mediante interventi nelle scuole, convegni e seminari e trasmissioni tv e radio. Tra le fonti utili anche i link, nazionali e internazionali.

Per le fonti utili è possibile scaricare liberamente documentazione e materiale informativo. Anche nella sezione Pubblicazioni, è possibile trovare materiale da consultare, organizzato per categorie quali: Quaderni, Quaderni tecnici, Schede informative e Altre pubblicazioni.


Il RSPP E LE COMPETENZE MANAGERIALI ( 31-12-2010)


Per ricoprire efficacemente il ruolo di responsabile del Servizio prevenzione e protezione dai rischi non sono più sufficienti le sole approfondite conoscenze normative e tecniche ma oggi, accanto a queste, devono coesistere anche adeguate competenze manageriali che devono essere utilizzate per influenzare i comportamenti dei responsabili delle altre funzioni aziendali per il miglioramento del livello di sicurezza e di salute.

Purtroppo, però, ancora oggi, chi si occupa di sicurezza e di tutela della salute nelle aziende, pur avendo sviluppato queste nuove competenze, si scontra con una cultura dominante che ostacola l’integrazione della sicurezza e della tutela della salute nelle normali attività di gestione aziendale.


LAVORARE IN SICUREZZA CON I BUONI LAVORO ( 31-12-2010)


Sono operativi da qualche giorno i Buoni Lavoro, strumento introdotto dopo alcune modifiche alla legge Biagi, prima con la legge n° 133/08 e poi con la n° 33/09.

L’istituzione di questi buoni dà la possibilità di assumere regolarmente i cosiddetti lavoratori stagionali o comunque tutte quelle persone la cui prestazione serve solo per un periodo di tempo ben definito, come per esempio la raccolta dei pomodori o la vendemmia, ma anche lezioni private o comunque qualsiasi tipo di consulenza possa definirsi occasionale.
Il buono lavoro comporta alcuni vantaggi per il datore di lavoro tra cui il più importante è sicuramente l’essere nel pieno rispetto della legge. Infatti il buono lavoro, dal costo unitario di 10 €, comprende in questa quota sia i contributi previdenziali che assicurativi: rispettivamente il 13% per l’INPS e il 7% per l’INAIL.

Anche il lavoratore con questo sistema opera in assoluta legalità rispetto la sicurezza sul lavoro, usufruendo di copertura assicurativa e di una paga che farà cumulo ai fini pensionistici.

Per ogni buono ricevuto come pagamento della prestazione il lavoratore prende una cifra netta pari a 7,50 € che potrà riscuotere, in ogni momento, presso qualsiasi ufficio postale.
Possono utilizzare i buoni lavoro :

1. Imprese agricole: per attività stagionali e non, a condizione che però il volume d’affari prodotto sia inferiore a 7.000 €;
2. imprese familiari: che per lo svolgimento della propria attività si affidano a persone non appartenenti al nucleo familiare. In questo caso il limite al volume d’affari è fissato a 10.000 €;
3. lavoro domestico per attività occasionali come per esempio:

 lezioni private;
 attività di hostess o steward in occasione di manifestazioni sportive, culturali, fieristiche o per iniziative legate a solidarietà o emergenza;
 vendita o consegna porta a porta e volantinaggio;
 pulizia e giardinaggio per edifici, strade, parchi;
 d’assistenza a componenti della famiglia o di cura della casa.