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Amianto: Parametri per la valutazione del risarcimento del danno ( 12-11-2012)


La Corte di Cassazione, con sentenza n. 17092 dell’8 ottobre 2012, ha respinto un controricorso riguardante la valutazione per il risarcimento di una morte per amianto. Nel caso specifico, il parametro adottato per quantificare il danno teneva conto  solamente della durata della malattia.

La Suprema Corte quindi, ha affermato che, per quantificare l’entità del danno, bisogna tenere conto dell’insieme dei pregiudizi sofferti dalla persona, compresi quelli esistenziali.

L’autonomia e la distinzione degli stessi ovviamente, deve essere provata in giudizio dovendo il giudice provvedere all’integrale riparazione adottando un criterio di “personalizzazione del danno”.

Il caso in oggetto ha interessato un lavoratore ammalatosi di mesotelioma pleurico, contratto per inalazione di fibre di amianto,  impegnato nello scalo di Venezia per 25 anni.

 

Fonte: Quotidianosicurezza.it



Dequalificazione professionale e mobbing ( 15-11-2012)


La Corte di Cassazione, con sentenza n. 12770 del 23 luglio 2012, ha precisato che la “dequalificazione professionale” non è da considerarsi necessariamente mobbing se non si riesce a provare l’intento persecutorio dell’azienda.

La suprema Corte infatti, ha sancito che la dequalificazione non è una prova certa di volontà oppressiva e vessatoria del datore di lavoro. Per questo motivo però, non si può escludere la possibilità del riconoscimento del danno morale, biologico e professionale; questo perché il demansionamento comporta in ogni caso uno svilimento della professionalità che nel corso del tempo è stata acquisita dal dipendente.

In breve, la vicenda arrivata in Cassazione ha coinvolto un’impiegata amministrativa centralinista che aveva fatto ricorso chiedendo il risarcimento del danno da mobbing. La Suprema Corte, rigettando  il ricorso, motiva che i comportamenti assunti dal datore di lavoro non erano assimilabili alla definizione di mobbing data dalla giurisprudenza  (Cassazione 87/2012).

In definitiva, nel caso in oggetto, la Suprema Corte, nel demansionamento, non vede la presenza dell’intento persecutorio da parte del datore di lavoro.



Valutazione del rischio e procedure standardizzate ( 26-11-2012)


La Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e media Impresa ha chiesto al Ministero del lavoro di pronunciarsi sulla possibilità per le aziende fino a 10 dipendenti di produrre il DVR (documento di valutazione dei rischi) applicando in toto l’art. 28 del T.U. 81/2008 e successive modifiche ed integrazioni senza l’utilizzo delle procedure standardizzate di valutazione dei rischi che sono previste dall’art. 29, comma 5 del medesimo T.U.

Dopo aver rimarcato i principi fondamentali dettati dal Testo Unico, la Commissione per gli interpelli chiarisce che:

La previsione normativa dell’art. 29 è diretta a fornire le procedure standardizzate per la valutazione dei rischi alle aziende fino a 10 lavoratori in modo che tali procedure permettano di redigere il proprio DVR in modo coerente al T.U. L’art. 28, comma 2, lett. a)  stabilisce che: “La scelta dei criteri di redazione del documento è rimessa al datore di lavoro, che vi provvede con criteri di semplicità, brevità e comprensibilità, in modo da garantire la completezza e l’idoneità quale strumento operativo di pianificazione degli interventi aziendali e di prevenzione”.

Ove si abbia riguardo della redazione del DVR è chiaro come la dimostrazione di aver rispettato tutti gli obblighi imposti dal legislatore  possa essere fornita dal datore di lavoro in qualunque modo idoneo allo scopo e quindi attraverso qualunque procedura che consenta di preparare un DVR coerente con quanto previsto dagli artt. 17, 28 e 29 del D. Lgs. n. 81/2008.

In base a quanto detto il datore di lavoro di un’azienda fino a 10 lavoratori avrà a disposizione le procedure standardizzate come strumento per la redazione del DVR in contesti lavorativi di limitate dimensioni; questo però, senza che ciò implichi che egli non possa dimostrare di aver rispettato integralmente le disposizioni in materia di valutazione dei rischi di cui agli artt. 17, 28 e 29 del T.U. attraverso la predisposizione di un DVR per mezzo di procedure eventualmente non corrispondenti a quelle standardizzate.

Qualora un’azienda con meno di 10 lavoratori abbia già un proprio DVR, tale documento non dovrà (necessariamente) essere rielaborato secondo le indicazioni delle procedure standardizzate, fermi restando i principi sopra elencati.



Sicurezza sul lavoro: norme in materia di fumo ( 29-11-2012)


La CSIT (Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici), la Federbingo e l’Ascob hanno avanzato  interpello al Ministero del Lavoro in merito alla possibilità di ammettere la presenza di lavoratori nei locali destinati a fumatori.

La questione trova espressa disciplina nella legge n. 3/2003 che ha per la prima volta introdotto il divieto di fumo nei locali chiusi. Tale normativa ha poi trovato regolamentazione specifica nella circolare del Ministero della salute del 17 dicembre 2004 che ha individuato le tipologie di locali chiusi aperti ad utenti o al pubblico dove però vi è la possibilità di attrezzare sale fumatori rispettando le norme dettate dal DPCM del 23 dicembre 2003.

Il fine primario da perseguire è la tutela della salute dei non fumatori con la massima estensione del divieto di fumare. Tale divieto quindi, riguarda tutti i lavoratori in quanto “utenti” dei locali ove prestano la propria attività. Il Legislatore però, afferma che negli esercizi di ristorazione i locali adibiti ai non fumatori devono essere di superficie prevalente rispetto alla superficie complessiva. Si deduce quindi che in questa tipologia di esercizi non è ammessa la presenza di lavoratori addetti al servizio anche nei locali riservati ai fumatori.

Di conseguenza in tali locali è possibile è possibile la temporanea presenza di lavoratori addetti a specifiche mansioni. Ovviamente in via preliminare il datore di lavoro dovrà sempre rispettare tutti gli obblighi dettati dal T.U. 81/2008 in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.