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Azione di regresso contro il datore di lavoro per infortunio sul lavoro ( 10-10-2013)


La Corte di Cassazione, con sentenza del 10 settembre 2013, n. 20724, ha precisato che l'azione di regresso può essere esperita dall'INAIL nei confronti della società che pur non ha partecipato al giudizio penale concernente un infortunio occorso ad un proprio dipendente qualora il legale rappresentante della stessa sia stato ritenuto responsabile dell'infortunio. Nello specifico, la Corte d’appello di Torino, riformando la sentenza del Tribunale, aveva condannato la società E. a versare all’INAIL la somma di € 3.491,00 oltre a spese ed interessi; queste somme, in relazione alle prestazioni erogate a favore di Seck Abdoulaye in seguito ad un infortunio da esso riportato riportato in data 27 novembre 1997. Per tale avvenimento, il giudice penale aveva ritenuto la responsabilità dell’amministratore della società con sentenza passata in giudicato. In prima battuta, la domanda dell’INAIL era stata respinta affermando che in altro giudizio era stato escluso il rapporto di subordinazione tra la società e l’infortunato con sentenza passata in giudicato e che il giudicato penale non era opponibile alla società rimasta estranea al giudizio. La Corte Territoriale poi, aveva confermato che il giudicato civile non era opponibile all’INAIL al quale l’istituto era rimasto estraneo. Ha richiamato, con riferimento al giudizio penale di condanna del legale rappresentante per l'infortunio, l'art. 651, cod. proc. pen., nonché il D.P.R. n. 1124/1965, art. 10, e deciso per l'ammissibilità dell'azione di regresso e la sua fondatezza, rilevando che la responsabilità del datore permane quando la sentenza penale stabilisca che l'infortunio è avvenuto per fatto imputabile a coloro che il datore di lavoro abbia incaricato della direzione e della sorveglianza, se del fatto essi debbano rispondere secondo il codice civile. Avverso la sentenza, viene proposto il ricorso in cassazione (conclusosi come sopra citato).


Manomissioni da parte del lavoratore e responsabilità del datore di lavoro ( 15-10-2013)


Con sentenza del 24 settembre 2013, n. 39491, la Corte di Cassazione IV Sez. pen. ha precisato che il datore di lavoro non risponde di lesioni nel caso di infortunio occorso durante lo svolgimento delle proprie mansioni a seguito di manomissioni sul luogo di svolgimento della prestazione e quindi non di rischio specifico dell'attività imprenditoriale svolta. Nello specifico il Tribunale di Taranto emetteva una sentenza di condanna nei confronti del datore di lavoro per delitto di lesioni colpose aggravate in danno di … Durante l’iter processuale, al datore di lavoro veniva contestato il fatto di aver permesso al lavoratore di porre in essere la propria prestazione in prossimità di un cancello in ferro privo di perno di fermo di fine corsa e di conseguenza non in una situazione di sicurezza. Di fatti, durante lo svolgimento delle proprie mansioni, mentre il lavoratore spostava una delle ante scorrevoli per effettuare le pulizie, determinava la fuoriuscita dell’anta dal binario che lo travolgeva determinandone gravi lesioni e compromissione della colonna vertebrale. Anche la corte d’appello, confermava la sentenza di primo grado. Avverso tale sentenza, viene fatto ricorso in Cassazione. In breve, la Suprema Corte afferma che il fatto non sussiste per varie ragioni tra cui quella che in via preliminare la sicurezza del cancello doveva essere oggetto di supervisione degli amministratori pubblici (essendo un bene comunale); in secondo luogo, che il danno apportato al cancello non era dovuto a negligenza dell’azienda ma a manomissione di terzi che non poteva essere datata in sede processuale.


Abuso di alcol e responsabilità del datore di lavoro ( 22-10-2013)


Con sentenza del 17 settembre 2013, n. 38129, la Corte di Cassazione IV Sez. pen. ha precisato che il datore di lavoro ed il dirigente "nell'affidare i compiti ai lavoratori" deve "tenere conto della capacità e delle condizioni degli stessi, in rapporto alla loro salute e alla sicurezza". Nonostante ci si trovi di fronte ad una situazione soggettiva del lavoratore come lo stato di ebbrezza dovuto ad ubriachezza, si afferma che, tale circostanza, non deve essere riconosciuta come eccezionale e quindi non prevedibile dal datore di lavoro. Per tale motivo, l’eventuale infortunio accorso al lavoratore ubriaco sul luogo di lavoro viene ricondotto ad una responsabilità del datore di lavoro. Nello specifico il lavoratore aveva omesso di richiudere, con la griglia in dotazione, una botola sul luogo di lavoro. Ribadita la centralità che nel giudizio espresso dalla Corte di appello assume la mancata predisposizione di barriere protettive della botola che proteggessero il lavoratore dalla caduta all'interno della vasca, del tutto ininfluenti sono gli ulteriori rilievi del ricorrente, che investono il tema della sussistenza dell'obbligo di dotazione dei DPI e quello della incidenza della violazione di tale prescrizione; mentre rimane valutazione del solo ricorrente quella per la quale il luogo di lavoro sarebbe stato del tutto sicuro se l'operatore avesse reinserito la grata di protezione della botola non appena terminate le operazioni di frollatura. La Corte di appello si sofferma sulla necessità di apporre le barriere protettive anche in relazione alla negligenza del lavoratore al riguardo del ripristino delle grate; tale negligenza non rappresenta comportamento abnorme recidente il nesso causale tra condotta colposa datoriale e sinistro.


Esposizione alle microfibre di amianto e omissioni da parte del datore di lavoro ( 28-10-2013)


La Suprema Corte, con sentenza del 21 agosto 2013, n. 35309, ha precisato che sussiste il nesso di causalità tra l'omessa adozione da parte del datore di lavoro di idonee misure di protezione utili ad evitare il danno e il decesso dei lavoratori, in conseguenza della protratta esposizione alle microfibre di amianto. Infatti, "pur non essendo possibile determinare l'esatto momento di insorgenza della malattia, deve ritenersi prevedibile che la condotta doverosa avrebbe potuto incidere positivamente anche solo sul tempo di latenza" Quindi, se il garante avesse tenuto la condotta lecita prevista dalla legge, operando secondo il noto principio di contro fattualità, l'evento non si sarebbe verificato o al massimo si sarebbe verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva. L’evento è da ritenersi quindi evitabile con l’osservanza delle varie norme volte alla prevenzione del rischio. Dunque, il possesso di elevata competenza di settore, di approfondita conoscenza del concreto contesto lavorativo e del materiale trattato, la funzione apicale, le dimensioni aziendali, la possibilità di valersi di specifiche competenze, tali da far presupporre la sussistenza di condizioni sufficienti per cogliere la specifica, elevata rischiosità delle lavorazioni svolte, erano tali da non poter ingenerare dubbi di sorta sulla circostanza che le microfibre, di cui si impregnava radicalmente l'aria, fossero sicuramente nocive, ben oltre il rischio dell'asbestosi.