Sentenze

 

Il responsabile antinfortunistico in ambito aziendale.

Con la pronuncia in esame la Cassazione torna ad occuparsi dell’importante ed attuale problematica attinente la sicurezza sul luogo di lavoro, puntualmente disciplinata dal T.U. 81/08, successivamente modificato ed integrato ad opera del correttivo 106/09.

 

Nell’affrontare la problematica della sicurezza sui luoghi di lavori occorre partire dall’incontestabile circostanza secondo la quale la tutela dell’integrità psico-fisica dei lavoratori trova indiscusso riconoscimento in seno alla Carta Costituzionale nonché nella centrale e generale disposizione costituita dall’art. 2087 c.c. che obbliga il datore di lavoro a tutelare l’integrità psico-fisica dei propri dipendenti.

 

Per la prima volta nel summenzionato corpus normativo per la prima volta viene definito il concetto di salute, quale completo benessere anche sociale. La disciplina della sicurezza in azienda non mira solo ed esclusivamente ad evitare od a ridurre il rischio di malattia o di infermità, ma a realizzare e garantire un contesto organizzativo aziendale nel quale vengono tutelati anche la personalità ed il benessere psicologico del lavoratore.

 

Al fine precipuo di dare concreta attuazione ai predetti principi, il legislatore ha introdotto tutta una serie di disposizioni atte ad ascrivere in capo ai soggetti posti all’apice dell’organizzazione aziendale obblighi di protezione a favore dei lavoratori considerati, indiscutibilmente, l’anello debole dell’organizzazione lavoro.

 

Nel caso specifico, preso in esame dalla suprema Corte, si era sfortunatamente verificato un infortunio sul lavoro comportante la perdita di un arto per il dipendente, il tutto durante l’utilizzo di un macchinario particolarmente pericoloso.

 

La difesa del datore di lavoro, considerato responsabile, alla luce dei fatti così come si erano svolti, aveva tentato di emancipare il soggetto in questione dalle violazioni ascrittegli ed oggetto di puntuale contestazione focalizzando l’attenzione sulla negligenza posta in essere dal dipendente nello svolgimento della propria attività lavorativa.

 

La predetta tesi idonea a sostenere il venir meno del rapporto di causalità tra la colpa del datore di lavoro e l’infortunio a causa del comportamento negligente del lavoratore è stata rigettata dalla Cassazione con estremo vigore ed il tutto in virtù di un percorso motivazionale ineccepibile.

 

La Corte ha avuto modo di evidenziare che le misure di sicurezza previste per l’utilizzo dei macchinari devono essere adottate e predisposte anche per evitare conseguenze strettamente correlate a comportamenti imprudenti dei lavoratori e per evitare che una eccessiva loro confidenza possa poi, in concreto, determinare effetti lesivi della loro incolumità.

 

Da ciò deriva, indiscutibilmente che la possibile  negligenza, imprudenza o imperizia posta in essere dal dipendente non può avere efficacia scriminante a favore del datore di lavoro responsabile, tranne l’ipotesi eccezionale in cui il tutto non trasmodi in comportamento abnorme.

 

Proprio sulla base del succitato assunto la Cassazione giunge alla conferma della condanna del datore di lavoro, quale logico corollario, per aver omesso, ingiustificatamente, di osservare ed applicare le ineludibili prescrizioni contenute nel T.U. in materia di sicurezza su lavoro.