Sentenze

 

Infortunio sul lavoro e concorso di cause.

La fattispecie in esame trae origine dal decesso di un dipendente a seguito dello schiacciamento causato da un montacarichi la cui manutenzione in corso era affidata ad un’impresa diversa.

Il tribunale competente aveva ritenuto causa dell’incidente la mancata attivazione dei sistemi di sicurezza, condannando per omicidio colposo i titolari dell’impresa datrice di lavoro, i titolari della società appaltatrice dei lavori di installazione e manutenzione del montacarichi ed i manutentori stessi.

I datori di lavoro, pur avendo appaltato i lavori di ristrutturazione del montacarichi, non avevano posto in opera alcuna attività di coordinamento con la ditta appaltatrice di questi lavori  né alcun avviso era stato dato ai dipendenti sulle modalità di utilizzo del montacarichi il cui uso avrebbe dovuto peraltro essere inibito nel corso dei lavori.

Successivamente la Corte d’Appello aveva attribuito un concorso di colpa alla persona offesa dal reato nella misura del venti per cento.

 

 

La pronuncia della Cassazione prende le mosse da un punto indiscusso, condiviso a pieno dalla Corte, rappresentato e costituito dalla circostanza che né l’appaltante né l’appaltatore dei lavori di manutenzione del montacarichi abbiano coordinato le rispettive attività cooperando nell’attuazione delle misure di prevenzione e protezione come previsto dall’art. 7 d. lgs. 626/1994 e ciò in considerazione del fatto che l’utilizzazione di uno strumento meccanico con componenti elettriche di per sé costituisce esercizio di attività pericolosa.

Questa omissione è stata la causa fondamentale dell’incidente.

 

Tutti i ricorrenti censuravano la sentenza impugnata per aver escluso l’esistenza di una causa sopravvenuta da solo idonea a determinare l’evento e quindi ad escludere il rapporto di causalità ex art. 41, comma 2, cod. pen.

Queste censure ripropongono uno dei temi di maggior complessità del diritto penale relativo all’interpretazione della predetta norma secondo cui “ le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole sufficienti a determinare l’evento”.

Si tratta di una norma di fondamentale importanza all’interno dell’assetto normativo che il codice ha inteso attribuire al tema della causalità e lo scopo della norma, secondo l’opinione maggiormente seguita, è quello di temperare il rigore derivante dalla meccanica applicazione del principio generale contenuto nel primo comma dell’art. 41.

Oggigiorno, secondo l’orientamento prevalente, perché possa parlarsi di causa sopravvenuta idonea ad escludere il rapporto di causalità, o la sua interruzione come altrimenti si dice, si deve trattare di un percorso causale ricollegato all’azione o omissione dell’agente ma completamente atipico, di carattere assolutamente anomalo ed eccezionale, di un evento che non si verifichi se non in casi del tutto imprevedibili a seguito della causa presupposta.

 

La tesi fatta e sostenuta dai ricorrenti non è apparsa, secondo la Corte, condivisibile e le relative censure proposte sul punto sono state ritenute infondate.

Relativamente alla condotta del lavoratore si è evidenziato, in modo categorico, che nel campo della sicurezza del lavoro si può giungere all’esclusione dell’esistenza del rapporto di causalità laddove sia provata l’abnormità del comportamento del lavoratore infortunato e sia provato che proprio questa abnormità abbia dato causa all’evento; questa caratteristica della condotta del lavoratore infortunato è idonea ad interrompere il nesso di condizionamento tra la condotta e l’evento quale causa da sola sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento in base al già ricordato art. 41, comma 2, cod. pen.

Nel settore della prevenzione degli infortuni sul lavoro deve dunque considerarsi abnorme il comportamento che, per la sua stranezza ed imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte delle persone preposte all’applicazione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro ed è stato più volte affermato, dalla giurisprudenza di questa medesima sezione, che l’eventuale colpa concorrente del lavoratore non può spiegare alcuna efficacia esimente per i soggetti aventi l’obbligo di sicurezza che si siano comunque resi responsabili della violazione di prescrizioni in materia infortunistica.

Seguendo questa ricostruzione, la Suprema Corte giunge a non ritenere nel caso in esame abnorme il comportamento del lavoratore, una qualificazione che in ambito di sicurezza sul lavoro varrebbe ad escludere il rapporto di causalità