Sentenze

 

Infortunio sul lavoro e concorso di colpa del dipendente.

Il caso sul quale la Corte si pronuncia, con la sentenza in esame, ha ad oggetto un incidente occorso ad un dipendente, il quale mentre cercava di prelevare un cavo elettrico di prolunga perdeva l’equilibrio precipitando per un’altezza di circa venti metri.

Il datore di lavoro era stato chiamato a rispondere, essendosi ravvisati a suo carico profili di colpa specifica, fondata sulla inosservanza dell’obbligo di esigere che i singoli lavoratori osservino le norme di sicurezza e, soprattutto, utilizzino i mezzi di protezione messi a loro disposizione, quali i caschi di protezione e le cinture di sicurezza per i lavori in quota e sull’omessa predisposizione di adeguate e solide barriere o altre precauzioni.

 

La difesa del datore di lavoro evidenzia, in primis, la completa disponibilità nel cantiere di tutte le dotazioni ed attrezzature atte a garantire la sicurezza dei lavoratori, sottolineando, successivamente, con vigore l’incidenza ed il valore del c.d. “rischio elettivo”  dello stesso lavoratore, il quale si era avvicinato al bordo del vano ascensore senza cercare alcun sostegno, anzi rimuovendo l’utile protezione data dalla stoffa orizzontale del montacarichi, predisposta proprio per evitare il pericolo di cadute.

Tale tesi non ha trovato accoglimento.

 

La motivazione adottata dalla Cassazione si snoda attorno a due fondamentali profili.

Sotto il primo, si ribadisce il principio, ormai granitico, secondo cui il datore di lavoro deve sempre attivarsi positivamente per organizzare le attività lavorative in modo sicuro, assicurando anche l’adozione da parte dei dipendenti delle doverose misure tecniche ed organizzative per ridurre al minimo i rischi connessi  all’attività lavorativa: tale obbligo dovendolo ricondurre, oltre che alle disposizioni specifiche, proprio, più generalmente, al disposto dell’art. 2087 c.c., in forza del quale il datore di lavoro è comunque considerato garante dell’incolumità fisica e della salvaguardia della personalità morale dei prestatori di lavoro, con l’ovvia conseguenza che, ove egli non ottemperi all’obbligo di tutela, l’evento lesivo correttamente gli viene imputato in forza del meccanismo previsto dall’art. 40, comma 2, c.p.

Sotto l’altro profilo, la Cassazione affronta la disamina relativa alla rilevanza della colpa del lavoratore ai fini e per gli effetti di escludere o no l’addebito di responsabilità a carico del datore di lavoro affermando, a chiare lettere, che la responsabilità del datore di lavoro non è esclusa dai comportamenti negligenti, trascurati o imperiti del lavoratore che abbiano, sotto il profilo eziologico, contribuito alla verificazione dell’infortunio.

 

Per escludere in toto la responsabilità gravante sul datore di lavoro occorre un comportamento del lavoratore che sia “anomalo” ed “imprevedibile” e, come tale, “inevitabile”, cioè un comportamento che ragionevolmente non può farsi rientrare nell’obbligo di garanzia posto a carico del datore di lavoro.

Si deve trattare, quindi, di un comportamento che per la sua stranezza ed imprevedibilità si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte delle persone preposte all’applicazione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro.

 

La pronuncia in esame, nel riconoscere ed affermare la totale responsabilità in capo al datore di lavoro, ha correttamente individuato non solo le norme cautelari violate da parte dello stesso, ma ha anche escluso lo svolgimento da parte del lavoratore di un’attività stravagante rispetto alle proprie specifiche mansioni, tale cioè da rilevare come causa interruttiva del nesso eziologico.