Sentenze

 

Responsabilità del datore di lavoro e manovre scorrette del lavoratore.

Nella pronuncia in esame la Cassazione affronta un caso peculiare avente ad oggetto la presunta responsabilità del datore di lavoro nel caso di condotte scorrette poste in essere dal lavoratore.

Sia in primo che in secondo grado, le domande furono rigettate addebitando l’infortunio ad un comportamento scorretto del lavoratore stesso.

Nel caso specifico S.M., titolare dell’omonima impresa, veniva convenuto in giudizio sostenendo che lo stesso fosse l’unico responsabile dei danni occorsi al proprio dipendente caduto a terra, precipitando da una scala alta circa 8/12 metri, per la rottura di un ramo dell’albero cui la medesima era appoggiata.

Al datore di lavoro si rimproverava di aver omesso di adottare le misure atte a garantire l’integrità fisica del lavoratore, ai sensi dell’art. 2087 c.c., per avere consentito che il proprio dipendente operasse con una scala non fissa e priva di dispositivi di sicurezza che appunto imponevano che le scale fossero ancorate e nella parte superiore con ganci di trattenuta e che altresì non era stato istruito sulle modalità da adottare nell’esercizio delle proprie mansioni.

La difesa del datore di lavoro, resistendo alla domanda, assumeva che l’infortunio era stato causato da un movimento non corretto del lavoratore, il quale era scivolato dalla scala, che, tuttavia, era rimasta ferma, essendo dotata di puntuali che erano infissi nel terreno.

Il Giudice del lavoro rigettava le domande proposte  dal ricorrente e condannava lo stesso alle spese.

Avverso la detta sentenza proponeva appello il lavoratore chiedendo l’integrale riforma.

La corte d’Appello rigettava l’appello, confermava la sentenza di primo grado e condannava l’appellante alle spese.

In seguito a ricorso in Cassazione, la Corte, nell’accoglierlo in toto, coglie l’occasione per ribadire principi consolidati secondo i quali “la responsabilità dell’imprenditore per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità fisica del lavoratore discende o da norme specifiche o, quando queste non siano rinvenibili, dalla norma di ordine generale di cui all’art. 2087 c.c., la quale impone all’imprenditore l’obbligo di adottare nell’esercizio dell’impresa tutte quelle misure che, secondo la particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, si rendano necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori”.

La Corte precisa a chiare lettere che tale responsabilità può considerarsi esclusa solo in caso di dolo o rischio elettivo del lavoratore, ovvero di rischio generato da una attività che non abbia rapporti con lo svolgimento dell’attività lavorativa o che esorbiti in modo irrazionale dai limiti di essa, mentre l’eventuale colpa del lavoratore non è in sé idonea ad escludere il nesso causale tra il verificarsi del danno e la responsabilità del datore di lavoro, sul quale grava l’onere di provare di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo.

Da ciò deriva, come logica conseguenza, che le norme in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, tese ad impedire l’insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l’imprenditore, all’eventuale concorso di colpa del lavoratore , la cui condotta può comportare, invece, l’esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza, necessariamente riferiti al procedimento lavorativo “tipico” ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell’evento.