Sentenze

 

Responsabilità del proprietario per la morte dell’operaio nel corso di lavori svolti presso la sua abitazione

Il caso

L’occasione che ha consentito alla Corte di affermare il predetto principio di diritto vedeva imputato il proprietario di un appartamento il quale aveva commissionato lo svolgimento di alcuni lavori edili presso la sua abitazione facendoli eseguire ad un operaio, lavoratore autonomo, cui aveva consentito di lavorare in assenza di qualsiasi cautela atta a scongiurare i rischi di caduta dall’alto, rischi purtroppo successivamente concretizzatisi in quanto l’operaio era precipitato da un’impalcatura non munita di parapetti (sostituite da alcune tavole chiodate alla meno peggio, raggiungibili per mezzo di una scala di ferro) e, non essendo nemmeno munito di cintura di sicurezza, cadendo a terra violentemente, era deceduto.

Le sentenze di merito avevano attribuito al proprietario la responsabilità del verificarsi dell’evento morte dell’operaio per aver commissionato i lavori “in economia” ad un lavoratore autonomo omettendo di verificarne preventivamente l’idoneità, in quanto lo stesso non risultava iscritto ad alcun albo artigiano o ad altra lista della camera di commercio, senza peraltro provvedere alla nomina di un direttore dei lavori, così assumendosi interamente il maggior rischio di una siffatta organizzazione.

Il proprietario aveva contestato la “doppia conforme” che ne aveva sancito la responsabilità penale, asserendo, tra gli altri argomenti prospettati in sede di ricorso, di non poter essere considerato egli responsabile della morte dell’operaio in quanto quest’ultimo, quale lavoratore autonomo, avrebbe dovuto provvedere autonomamente alla sua sicurezza, con conseguente esclusione di una sua posizione di garanzia rispetto all’operato di quest’ultimo ed esonero della propria responsabilità penale.

La decisione della Cassazione

La tesi sostenuta dalla difesa del proprietario è stata rigettata dalla Suprema Corte in quanto totalmente priva di fondamento.

Anzitutto la Corte ritiene infondata l’eccezione difensiva che tentava di sostenere la violazione del principio della correlazione tra accusa e sentenza per non essere state specificamente indicate le norme aventi contenuto cautelare dalla cui violazione sarebbe derivata la colpa specifica del committente rispetto all’evento infortunistico verificatosi.

Sul punto, assai opportunamente la Suprema Corte precisa come il richiamo di altra normativa utile a confermare la ricorrenza della colpa ritenuta in sentenza “costituisce ridondanza motivazionale” e non determina alcuna violazione dell’art. 522 c.p.p., soprattutto in presenza di uno stato di fatto quale quello accertato in cui era stata accertata l’omissione di cautele “suggerite anche solo dal buon senso” e dalla parametrazione delle misure essenziali previste per la prevenzione degli infortuni e nell’edilizia e per il lavoro subordinato sin dalla normativa del 1996 (D.Lgs. n. 494/1996, in particolare).

La Corte, poi, con importante precisazione, afferma come l’unitaria tutela del diritto alla salute indivisibilmente operata agli artt. 32 Cost., 2087 c.c. e 1, comma 1, della legge n. 833/1978 (istitutiva del SSN) impone l’utilizzazione di parametri di sicurezza stabiliti espressamente per i prestatori di lavoro subordinato anche “per ogni altro tipo di lavoro”.

In questo senso, dunque, ripercorrendo l’evoluzione legislativa che ha caratterizzato il sistema della prevenzione infortuni nel corso di questi decenni, non può non evidenziarsi come la legislazione penale ha modulato la figura del datore di lavoro e l’assunzione delle obbligazioni di garanzia coerenti alle tutele di legge, su una pluralità di modelli di lavoro tanto nel settore pubblico che in quello privato, considerando non solo la fattispecie tipica di lavoro subordinato (direttamente utilizzato o contrattato con terzi), ma anche a quella, prima sprovvista di una tutela espressa, del lavoro autonomo, così intendendosi ormai superata, come la stessa giurisprudenza di legittimità ormai da tempo ha riconosciuto, la arcaica visione di un diritto penale del lavoro ritagliato solo sulla figura del lavoro subordinato, quale unico soggetto creditore della tutela prevenzionistica.

In considerazione di quanto sopra, dunque, la Corte considera totalmente infondata e distonica rispetto all’attuale ordinamento giuridico la tesi, sostenuta dalla difesa del proprietario committente, secondo cui in caso di prestazione d’opera autonoma, l’operaio (lavoratore autonomo) sia comunque l’unico responsabile della sua sicurezza.

In tal senso, dunque, assume particolare importanza il principio di diritto affermato dalla Corte nell’occorso, secondo cui in tema di individuazione della posizione di garanzia del proprietario – committente, che affida lavori edili in economia a lavoratore autonomo di non verificata professionalità e in assenza di qualsiasi apprestamento di presidi anticaduta, a fronte di lavorazioni un quota superiori a due metri (soggette, in quanto tali, ad una speciale regola cautelare), il proprietario deve essere ritenuto garante della sicurezza del lavoratore autonomo e, in quanto tale, investito di un debito prevenzionistico diretto, volto ad impedire l’esecuzione di attività lavorative in condizioni di sostanziale insicurezza.

In tale contesto, peraltro, si evidenzia anche l’ulteriore aspetto valutato dalla Corte a sostegno della responsabilità del proprietario: la scelta dei lavori in economia, legata da un lato, al dato della mancata nomina di un direttore dei lavori o di un responsabile tecnico e, dall’altro, all’utilizzo del lavoratore non iscritto in alcun albo professionale in mancanza di qualsiasi verifica dell’idoneità del lavoratore, è argomento che rafforza la responsabilità penale del proprietario.

La sentenza in esame rappresenta un importante esempio di rimodulazione degli obblighi prevenzionistici incombenti in capo al proprietario committente, ponendosi nella scia evolutiva della giurisprudenza di legittimità tendente ad una sempre maggiore responsabilizzazione della figura.

Nel recente passato, infatti, antecedentemente alle modifiche introdotte nella normativa prevenzionistica non solo dal D.Lgs. n. 81/08 ma, prima ancora, dal D.Lgs. n. 626/1994, la giurisprudenza aveva infatti escluso qualsiasi responsabilità del committente in consimili ipotesi. In particolare, la tendenza giurisprudenziale dell’epoca aveva ritenuto nel caso in cui il proprietario di un fabbricato avesse conferito al titolare di una impresa edile artigiana, iscritta nell'albo presso la camera di commercio, l’incarico di eseguire lavori di ristrutturazione del tetto e delle grondaie, fosse onere esclusivo dell'imprenditore artigiano approntare tutte le misure di sicurezza e le cautele che le norme vigenti e il tipo di lavoro impongono e, in particolare, provvedere alle impalcature e alle cinture di sicurezza che la legge prescrive in casi in cui vi sia il pericolo di caduta dall'alto (Cass. pen., Sez. IV, n. 3497 del 23/03/1994, P.M. in proc. P., in Ced Cass. 197948).

In tal senso, la giurisprudenza riteneva che nessun dovere di intervento avesse il committente, una volta rivoltosi a persona capace, in grado di realizzare l'opera, peraltro di modesta entità, con rischi prevedibili ed eludibili con una ordinaria professionalità e diligenza. Né, ancora, si affermava, era ipotizzabile a carico del committente l'obbligo di segnalazione al lavoratore autonomo dei rischi specifici esistenti nell'ambiente di lavoro in cui questi fosse chiamato a prestare la propria opera (v. ante l'art. 5 D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547), qualora il luogo di lavoro non presentasse insidie occulte o pericoli non immediatamente percepibili.

Detta giurisprudenza, oggi, deve necessariamente essere rivista alla luce della nuova tendenza alla responsabilizzazione della figura datoriale che, come espresso dalla sentenza in commento, si è estesa costituendolo sempre più garante della sicurezza dei lavoratori, siano o meno vincolati ad un rapporto di lavoro subordinato, come nel caso del lavoratore autonomo “assunto” (si intende, tecnicamente) per l’esecuzione di lavori in economia.

Un motivo in più per richiamare l’attenzione ad evitare atteggiamenti superficiali, spesso alla base di tragedie sul lavoro che avrebbero potuto e dovuto essere evitate con un maggior rispetto ed osservanza dei basilari doveri di diligenza cautelare, che traducono giuridicamente quelle regole del buon senso che la Suprema Corte mostra di condividere e conoscere sapientemente.

Cass. Pen., Sez. IV, Sentenza 1 dicembre 2010, n. 42465

di Alessio Scarcella